
Rivista internazionale di arte sacra FEDE E ARTE della Pontificia Commissione Centrale, Città del Vaticano, Anno I, Agosto 1953, Fasc. VIII, pag. 247-251
UN RECENTE LIBRO SULL’ARTE SACRA
(Card. Celso Costantini: L’Istruzione del S. Offizio sull’Arte Sacra – Roma, Ediz. della Pontificia Commiss. per l’Arte Sacra in Italia, 1952)
UT DEVOTIONEM PARIANT AC PIETATEM
[I neretti sono del nostro sito. Abbiamo inserito l’asterisco (*) per facilitare la divisione delle diversi parti del libro]

Facciata del Duomo di Orvieto
Il libro risponde alla necessità di raccogliere in un unico volume e coordinare alcuni scritti del Card. Celso Costantini per chiarire una volta di più il concetto fondamentale delle molteplici direttive della Chiesa in favore e a difesa dell’arte a soggetto religioso.
È questo certamente un momento che esige precisazioni se non si vuole cadere in mano ai mestieranti da una parte o agli estremisti della liturgia dall’altra.
Il nuovo libro è denso di ricordi storici e di esempi pratici, di interpretazioni personali che diventano nella maggior parte universali. Ed è perciò, leggendolo più volte abbiamo creduto opportuno non farne una semplice recensione, ma di presentare ai lettori una serie di citazioni più significative, per non togliere la freschezza del tono che è tanto caratteristico nello scrittore. Sono pagine dense di contenuto e di una forma scorrevole che dovrebbero essere da tutti lette e meditate: particolarmente dai sacerdoti e dagli artisti «affinché mai più nella casa di Dio ove si addice la santità appaia niente di disordinato, niente di confusamente o tumultuosamente adattato, niente di profano o di indecoroso» (Concilio di Trento, Sess. XXV).
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Dopo aver pubblicato nel suo testo integrale la Istruzione su l’Arte Sacra della Suprema Sacra Congregazione del Santo Offizio, diretta ai Vescovi di tutto il mondo, l’Autore (A.) nella parte prima, al § I° «Competenze della Santa Sede», afferma il diritto della Chiesa ad intervenire anche nel campo dell’Arte Sacra in quanto soggetta a rappresentare il Divino e il Sacro.
“Nessuno vorrà mettere in dubbio l’assoluta competenza della Santa Sede in materia d’arte sacra. Infatti la Chiesa, in quanto è una Società perfetta, ha il diritto e il dovere di emanare delle leggi per i propri adepti. Queste non tolgono la libertà, ma la regolano. Servi legum sumus — diceva Cicerone (Pro Cluentio, paragrafo 146) — ut liberi esse possimus (Siamo tutti schiavi delle leggi per poter essere liberi). Le leggi sono per gli uomini ciò che è il binario per la locomotiva; nessuno pensa che il binario toglie la libertà alla locomotiva.
La Sacra Congregazione del S. Offizio non si è mai preoccupata di legiferare in materia d’arte in quanto arte. Ma quando questa pretende di entrare nelle chiese con contraffazioni sacrileghe, l’arte cade naturalmente sotto il dominio dell’Autorità Ecclesiastica, che deve salvaguardare la purezza della fede e della morale. La stessa cosa avviene per la letteratura e per la musica, specialmente quando la letteratura e la musica si associano al culto. Il Beato Pio X ha proscritto dalle chiese la musica teatrale, e nessuno ha trovato illogico il suo intervento.
La S. Chiesa però lascia ampia libertà agli artisti di esprimersi nei modi che considerano più degni e che meglio rispondono al loro temperamento.
Infatti la Chiesa richiama gli artisti cristiani sopra un più retto sentiero, li considera sempre come figli diletti e li ama di un amore pieno di comprensione e anche di quella indulgente predilezione, che assolve il peccatore ravveduto».
Poi quasi compiacendosi della tempestività della Istruzione (particolarmente dopo le ben note dolorose manifestazioni nella Mostra di Bergamo del 1942, e in alcune chiese in Francia), al § II° “Tempestività e urgenza del provvedimento» così prosegue l’Autore:
“L’Istruzione è arrivata nel momento più opportuno. Da circa mezzo secolo il disconoscimento dei supremi principi artistici ha portato l’arte a uno smarrimento nelle idee e a una estrema confusione nei fatti, tanto che si propaga sempre più nel pubblico un senso di dispettosa reazione con le nuove forme di metafisica artistica (cubismo, surrealismo, astrattismo ecc.). L’artista è lo specchio della propria civiltà; e come questa è una civiltà barbarica, l’artista fa dell’arte barbarica.
Purtroppo certe aberrazioni, in nome della modernità o per rispetto umano e, anche, per volgare interesse, battono rumorosamente alle porte delle chiese».
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AI § III° “Caratteri dell’Arte Sacra» quasi preoccupato di essere frainteso, l’Autore, rifacendosi alle decisioni dei Concili e dei Sinodi, e ricordando i Canoni del Codice di Diritto Canonico, così ribadisce:
“L’Istruzione anzitutto definisce l’arte sacra: questa in tanto esiste in quanto promuove il decoro della casa di Dio e favorisce la fede e la pietà dei cristiani: il suo fine chiaro e incontrovertibile ne specifica il carattere. L’Istruzione richiama al pensiero solenni decisioni di Concilii e di Sinodi e cita i Canoni di Diritto Canonico, che costituiscono quasi il corpus iuris dell’arte sacra intesa come prezioso e venerabile istrumento del culto esterno. L’arte sacra è essenzialmente arte di pensiero; essa non è altro che un concetto spirituale espresso, invece che con le parole o col canto, con le immagini in servizio della santa liturgia. La forma ha importanza solo in quanto sa rendere chiaramente e dignitosamente il pensiero e la sua funzione liturgica.
L’arte sacra si innalza immensamente sopra quelle esercitazioni scolastiche o ricerche tecniche senza pensiero, che si dicono “composizioni” o “nature morte”».
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Dopo avere esposto i postulati dell’arte sacra, l’Autore, al § IV° “La fede degli artisti“, si pone un interrogativo per poi invitare l’artista a farsi una cultura religiosa affinché l’arte diventi missione dello spirito, eterna bellezza ed armonia e non capriccio di effimera e stravagante moda.
“Tocchiamo un tasto estremamente delicato. L’artista che tratta il soggetto sacro deve essere credente o è sufficiente ch’egli senta il fascino del soggetto religioso?
La Chiesa non esclude alcun artista dal campo dell’arte sacra. Ma fa comprendere che, a parità di capacità artistica, conviene preferire gli artisti cristiani. Cio è logico per un principio superiore di giustizia; e anche in considerazione della virtù ispiratrice promanante dalla fede.
Se all’artista pio può mancare la capacità, all’artista incredulo, anche capacissimo, manca la fiamma interiore quando egli voglia trattare il soggetto sacro. “Ha l’abito dell’arte man che trema” direbbe Dante (Par., XIII, 78). Non basta l’abilità e neppure il genio, come non basta a un oratore la maestria del discorso per commuovere l’auditorio. Si vis me flere — diceva Orazio (Ars poetica, versi 102-103) — dolendum est primum ipsi tibi (Se vuoi che io pianga, bisogna prima di tutto che tu stesso provi dolore). E un vecchio proverbio dice: nemo dat quod non habet. Il S. Padre Pio XII, nell’udienza che il 18 aprile 1952 accordò agli artisti della sesta Quadriennale in Roma, disse queste alte parole: ‘Quanto più l’artista vive la religione, tanto meglio è preparato a parlare il linguaggio dell’arte, ad intenderne l’armonia, a comunicarne i fremiti”.
All’artista che vuol trattare un soggetto sacro è necessario, non solo quel senso di fede e di pietà che crea una commozione e una intuizione religiosa nel suo animo, ma anche una sufficiente cultura religiosa.
L’arte sacra esprime una certezza; è una parola che non convince se non è convinta in se stessa, non ridesta l’amore se non è irradiata dall’amore».
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L’Autore vuole incoraggiare la buona volontà e i noti meriti di quanti credono ad un’arte figurativa chiara, sana, bella. E, ricordando particolarmente i giovani, che nella loro spontanea, fresca vena, credono nel loro tempo, al § V° “La modernità nell’arte”, ricorda come la Chiesa riconosca e benedica alla modernità, ma alla sana modernità:
“Gli artisti e specialmente i giovani, invocano la modernità come un bisogno insito nella loro anima, come un’esigenza insopprimibile della loro vocazione, come un atto di vita.
Essi dicono: “Noi vogliamo vivere la nostra vita, esprimere nell’opera d’arte la nostra sensibilità, vogliamo parlare la lingua del nostro tempo”.
Benissimo. Nell’Istruzione del S. Offizio si riconosce e si benedice alla modernità, ma alla sana modernità.
La Chiesa, vivendo di una pienezza di vita che supera i confini del tempo e dello spazio, ha sempre accolto e consacrato nei suoi templi la modernità dell’arte.
Ma la modernità non significa stravaganza o goffaggine o barbarie o il capriccio effimero della moda. Modernità significa efficacia e freschezza di espressione, significa il linguaggio vivo e popolare; per questo deve essere corretto e intelligibile, non ermetico o repulsivo”.
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Tuttavia se la Chiesa apre le porte alle tecniche e alle forme nuove, non può dimenticare la tradizione che in tutti i tempi ci ha lasciato opere immortali e alle quali gli artisti, che hanno operato per l’arte sacra, si sono spesso ispirati. Ed è per questo che al § VI° “La tradizione”, l’Autore ci richiama alle esperienze del passato:
“Tradizione. Questo nome suona scandalo nella agitata famiglia degli artisti moderni, che facilmente confondono tradizione con cristallizzazione o passatismo. Fatale errore! Il passatismo rappresenta la rifrittura di elementi defunti, e provoca veramente un senso di sazietà e anche di nausea. Tradizione significa, invece, portare innanzi verso progressi sempre nuovi la luminosa linea del passato, significa dignitosa e consapevole fedeltà a quei supremi canoni, che governano tutta l’arte dalle Piramidi di Egitto e dal Tempio del Cielo di Pechino al Partenone e alla Sistina, da Giotto a Tiepolo, al Canova, al Segantini. La tradizione è il filo di Arianna, che serve a condurre e a salvare l’artista nel labirinto dell’arte moderna.
Nell’Istruzione la tradizione è intesa come guida, come la pista dei campi di aviazione dalla quale gli aeroplani spiccano il volo“.
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Poi l’Autore, quasi a voler ribadire la larghezza della Chiesa nel dare libertà all’arte contemporanea, scrive: “Noi accettiamo il nuovo, ma non il nuovo per il nuovo, il nuovo bastardo; vogliamo un nuovo legittimo, che proceda dall’antico e segni un progresso. “Un nuovo — dice il Papa — che sia almeno altrettanto bello che l’antico”. Natura non facit saltus (la natura non fa salti): così l’arte, la grande arte. Essa sintetizza lo spirito dei secoli passati e plasma nuove forme, senza perdere mai l’identità personale”. E di rimando vuole citare quanto un grande filosofo e critico d’arte, il Maritain, afferma in proposito: «Poichè la maggioranza degli uomini non è fornita di cultura artistica (numero infinito dei cristiani di cattivo gusto) la prudenza ha ragione di temere per la folla la visione di parecchie opere belle. E il cattolicesimo, il quale sa che il male s’incontra ut in pluribus nella specie umana, e che d’altra parte è tenuto ad avere cura del bene delle moltitudini, deve in certi casi rifiutare all’arte, in nome degli interessi essenziali dell’uomo, la libertà onde l’artista è geloso».
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L’Autore passa poi a trattare nel § VIII° “Evoluzione dell’architettura moderna” dei compiti che gravano sugli architetti d’oggi i quali spesso non distinguono tra funzionalità e razionalità sacra e profana.
“L’architetto, quando medita ed elabora nel pensiero e nella fantasia il piano di una chiesa, deve staccarsi dalle concezioni del laicismo, cioè dall’architettura meccanica e utilitaria, comporre mediante l’arte una preghiera articolata con gli elementi architettonici. La cultura artistica, per lui, non è che un vocabolario, con cui potrà comporre una preghiera o un inno. L’architetto deve sapere e sentire che cosa è la chiesa”.
E di nuovo insiste richiamando gli artisti tutti alla santità del tema da trattare e del modo, quindi, di prepararcisi:
“All’arte bisogna accostarsi con grande rispetto, e all’arte sacra con un rispetto ancora più grande, anzi con trepidazione, e con la necessaria coltura, cioè con la conoscenza della liturgia e della tradizione. Questa è maestra di vita, fonte di ispirazioni, insegna ad assimilare sapientemente il buono e il nuovo di tutti i tempi, quindi anche il buono del novecentismo e del modernismo. È evidente che i nuovi materiali e i nuovi mezzi tecnici possono entrare nelle chiese, purchè non convertano la loro funzione servile in una funzione dominatrice; purchè quello che è mezzo non diventi fine. Così il piacere della luce e del colore ed ampi spazi di riposo e, insomma, il senso aristocratico della semplicità e della preziosità dei materiali, sono tutte cose che si troveranno bene e faranno bene alle nostre Chiese”.
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L’Autore, poi, quasi a giustificare coloro che veramente e saggiamente operano, pur nella libertà, col rispetto più grande per la Casa di Dio, ha parole di lode per la buona arte sacra di oggi.
“Sono lieto di constatare, che, oltre le deviazioni novecentiste della architettura sacra, si notano ora alcune belle conquiste. Il gusto di una maggiore lindura e sincerità, la possibilità di creare con i nuovi mezzi tecnici e con i nuovi materiali ambienti spaziosi più consentanei alle esigenze del culto e, anche, una ben intesa economia hanno prodotto delle chiese meritevoli di plauso, perché sono e appariscono chiese, distinguendosi dalle altre costruzioni.
Infatti oggidì non si amano più i templi in stile neoromanico e neogotico, che ebbero tanta fortuna negli anni passati. La nostra sensibilità e il nostro gusto artistico considerano quei rifacimenti come falsificazioni di un ciclo storico-artistico chiuso. Noi desideriamo qualcosa di più vivo. Ed ecco che nuove costruzioni di chiese in Italia, sotto gli auspici e il controllo della Pontificia Commissione Centrale per l’Arte Sacra, sono concepite, non con il novecentismo del Le Corbusier, ma con uno spirito fresco e sincero in cui il senso architettonico nasce da una concezione lineare e semplice, da un sagace gioco di luci e ombre e dalla nuda armonia degli archivolti. Siamo veramente in presenza di un’architettura sacra nuova, che ha saputo trarre dal novecentismo quanto vi era di buono in quel primo confuso travaglio di tentativi e di ricerche”.
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Dopo aver difesa la tradizione quasi per richiamare gli artisti ad un sano concetto dell’arte, l’Autore ricordando la deplorevole condizione di certe chiese dotate di opere di dubbio gusto, risultato d’un infimo commercio, al § IX° “Epurazione artistica delle chiese” invita con fermezza a rispettare ciò che viene comandato:
“Ecco che l’Istruzione mette le cose a posto senza possibilità di equivoci. Non solo non si ammette il mal vezzo di introdurre nelle chiese la paccottiglia buon mercato, che degrada l’arte e il culto, ma si fa obbligo ai Vescovi e ai Rettori di chiese di rimuovere dai sacri edifici tutti quegli oggetti, che in qualunque modo ripugnino alla santità dei luoghi e alla riverenza dovuta alla casa di Dio. E l’Istruzione ha inequivocabili precisazioni. Essa proibisce severamente che si espongano negli altari e nelle pareti attigue alle cappelle le statue fatte in serie, che purtroppo sono tanto frequenti anche in chiese monumentali, con disdoro del culto e dell’arte.
Noi salutiamo con gioia queste sapienti e severe disposizioni; e ci auguriamo che trovino una volenterosa obbedienza nei Rettori di chiese. Il clero, erede della più austera tradizione d’arte e spesso custode dei più insigni monumenti, comprenderà l’alta portata di queste prescrizioni. Vi sono impegnati, non solo la dignità del culto cattolico e il decoro artistico, ma anche il buon nome dei sacerdoti, che dall’aspetto delle loro chiese sono subito giudicati come uomini di zelo e di cultura, oppure come ministri, anche pii, ma ignoranti”.
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Continuando a inculcare il rispetto della Casa di Dio, l’Autore plaude alla Chiesa che si fa premura per l’istruzione artistica dei sacerdoti, e al § XI° “Per la cultura artistica del Clero” afferma:
“L’Istruzione del S. Offizio è precisa e completa per quanto riguarda una conveniente cultura artistica del clero.
Ora ci domandiamo: perché il clero deve interessarsi all’arte? Rispondiamo: per molte ragioni. Indicheremo le principali:
1) anzitutto perché ciò è comandato dall’Autorità Ecclesiastica;
2) per la importante parte che l’arte ha nel culto esterno;
3) per la responsabilità che ha il clero circa la conservazione dei monumenti;
4) per rispetto al glorioso mecenatismo artistico della Chiesa;
5) infine per poter combattere lo scandalo dell’arte sacra deformatrice. È necessario che il clero, seguendo la Istruzione del S. Offizio, si formi una coscienza chiara e risoluta per fronteggiare l’offensiva scandalosa dell’arte sacra deformatrice.
L’Istruzione è arrivata a buon punto. “Col documento del S. Offizio, si è iniziata la lotta per un’arte sacra, depurata dagli estremismi artistici da un lato e dal cattivo gusto dall’altro; clamorosa e densa di polemiche nel primo caso, silenziosa e discreta nel secondo” (Mesaggero, 9 agosto 1952).
Infatti, come ho già avvertito, si nota un nuovo fervore in molta parte del clero per la conservazione e l’epurazione e il ripristino di vecchi monumenti e per la cura di costruire chiese fresche, ariose, vere case di Dio, ornate con quella parsimonia e con quel senso aristocratico, che è raccomandato dall’Istruzione. Mi consta che molti Vescovi e Rettori di chiese e artisti timorati aspettavano con ansia un documento autorevole e chiarificatore, che ponesse fine alla confusione di idee e di fatti imperversanti nel campo dell’arte sacra.
Ecco che il documento è venuto, chiaro, imperativo, completo, il quale riassume quanto la Chiesa ha prescritto nei secoli per salvaguardare la purezza della fede e della morale nell’arte dedicata al culto. I Vescovi, nelle riviste pastorali, ora possiedono norme imperative per la epurazione delle chiese da tutta la paccottiglia industriale, che offende l’austera dignità del culto, abbassa il carattere artistico e non depone favorevolmente sulla cultura e il buon gusto dei Rettori di chiese”.
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Poi l’A. ritorna a parlare agli artisti per dire loro che le direttive della Chiesa sono date a fin di bene e non per futili motivi. AI § XIII° “Conclusione” afferma:
“L’Istruzione va intesa, non come un rimprovero e un freno agli artisti ma come un atto d’amore, di comprensione e di meditato mecenatismo. L’arte cristiana fu grande quando gli artisti e il clero collaboravano al soggetto sacro con cordiale intelligenza e col dovuto rispetto alle ragioni dell’arte e della liturgia.
Essa risorgerà se gli artisti avranno un più consapevole riguardo per il soggetto sacro, e se il clero, dando l’ostracismo alla cianfrusaglia industriale, riprenderà la nobile tradizione dei suoi predecessori”.
La prima parte del volume al § XIV° si chiude con quello che cavallerescamente l’Emo Autore ha voluto chiamare “Il saluto dell’armi”. Rivolgendosi a coloro che commettono le opere destinate alle chiese, e agli artisti che le eseguono, così si esprime:
“Noi rendiamo un sincero omaggio agli artisti, ai religiosi, ai sacerdoti, che hanno creduto di placare la loro ansia religiosa con le nuovissime manifestazioni d’arte. Ma vogliamo distinguere la pietà personale dall’opera artistica. Come la pietà personale di artisti mediocri non è sufficiente a creare alte opere d’arte sacra, così la pietà di valorosi artisti non basta a giustificare certi loro indirizzi.
Noi abbiamo inteso di ricordare agli avversari che ci sono dei limiti disciplinari oltre i quali le persone oneste non devono andare. Finché la suprema autorità della Chiesa non si era pronunciata nel vivace dibattito sull’arte sacra, era più o meno lecito discutere. Ma oggidì, dopo le precise norme date a Roma, bisogna piegare la testa e obbedire, come i buoni figli obbediscono agli ordini del padre.
Iudex non iudicatur — scrisse Nicolò I (858-864) all’imperatore Michele.
Questa disciplina, dalle catacombe ad oggidì, non ha mai impedito la creazione di quei capolavori d’arte sacra, che onorano la S. Chiesa e l’umanità.
Abbiamo già detto che rimane agli artisti una immensa libertà nella concezione e nella composizione dei soggetti sacri e nei modi di espressione, salvo per l’ortodossia del pensiero e salvo quelle qualità formali, che Michelangelo chiamava convenevolezza e Leonardo decoro, e che il Beato Pio X definì il senso e l’espressione del bello”.
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Nella parte seconda del volume, l’Emo. Autore riunisce taluni suoi articoli e testi di conferenze che meglio valgono a lumeggiare i vari aspetti connessi col poliedrico problema dell’arte sacra.
E così, al § XV° “Leonardo e l’astrattismo“ possiamo rileggere il testo del discorso tenuto all’Istituto di Studi Romani il 7 aprile 1952 in occasione del V Centenario della nascita del grande scienziato ed artista che seppe “indagare le leggi della vita e dei fenomeni della natura, sviscerando quelle leggi, che compongono il substrato indispensabile e l’architettura interna su cui si imposta l’arte stessa”. L’A. afferma che a Leonardo balenarono anche i concetti degli indirizzi attuali tanto che pare abbia pure intuito il cubismo, non come forma definitiva d’arte, ma come substrato all’arte stessa. Anche l’astrattismo fu, in certo senso, presente al suo spirito, ma egli non pretese mai che gli elementi decorativi, e le impostazioni geometriche, tenessero luogo delle figure, cioè non confuse mai, come si fa adesso, i partiti ornamentali con la figura umana.
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Il § XVI° “La verità nell’arte” è il testo di una conferenza svolta il 21 aprile 1952 alla Pontificia Accademia di S. Tommaso, e nella quale l’Autore imposta il problema della funzione del vero nell’arte e dell’atteggiamento che gli artisti devono avere di fronte al vero.
“Noi crediamo — dice l’Autore — di poter definire l’arte così: essa è la rappresentazione della realtà esteriore trasfigurata in bellezza dal genio dell’artista.
È arte perfetta se arriva alla comunione tra l’artista e lo spettatore. Per tal modo noi ci teniamo lontani dai due eccessi opposti: visione idealistica puramente soggettiva e riproduzione materialistica del vero.
Oggetto immediato dell’arte è, non tanto il vero, ma il bello, cioè — secondo il pensiero di Platone — lo splendore del vero”.
L’Autore passa poi a trattare che cosa sia il bello rifacendosi ai filosofi antichi per giungere a S. Tommaso che, con un pensiero di S. Agostino, così diceva: “Il bello, contro cui sta il turpe e il deforme, viene considerato e lodato in sé; mentre il convenevole, che si oppone al disadatto, non si giudica in sé, ma da ciò a cui viene unito”. Nella parte “Il vero nelle arti figurative” si citano artisti che hanno dato una definizione in proposito e particolarmente Leonardo, Caravaggio, Duprè, Raffaello e … Picasso; il quale ultimo ha osato affermare: “Noi sappiamo che l’arte non è la verità. L’arte è una bugia, che ci permette di avvicinarci alla verità”. No, l’arte non è una bugia; è il linguaggio sincero, che dice la verità, ma sa dirla in forme liriche. Concludiamo adunque che non l’idealismo soggettivo, ma il realismo esterno cioè la natura, illuminata dal genio dell’artista, è il fondamento dell’arte.
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Nel § XVII° “A proposito della mostra di Bergamo del 1942” già apparso su L’Osservatore Romano del 24 settembre 1943, l’A. polemizza con la giuria che permise allora l’esposizione di dipinti offensivi della figura del Cristo. “Noi non intendiamo fare il processo alle intenzioni. Amiamo credere che i pittori e i membri della giuria artistica abbiano creduto di poter servirsi del soggetto sacro per un semplice esercizio pittorico, senza intenzione di fare oltraggio a Dio e di offendere il sentimento religioso del pubblico. Ma si sono ingannati. Non si può prendere l’adorabile figura di Cristo e deformarla e profanarla per un semplice gioco di acrobazia tecnica e coloristica».
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Nei due paragrafi successivi (XVIII° “Dell’Arte deformatrice”, XIX° “Ancora dell’Arte deformatrice”) possiamo rileggere ciche l’A. scrisse nello stesso Giornale (10 giugno e 18 agosto 1951) parlando appunto su questo soggetto. Qui si prende più particolarmente lo spunto da un crocifisso posto in una chiesa ad Assy, nell’Alta Savoia, e dalle nuove chiese della Svizzera, per invitare ancora una volta gli artisti a rispettare la casa di Dio, che non è soltanto l’edificio di riunione della domenica, ma il sacrario quotidiano della preghiera a contatto diretto col Signore, sotto i mistici veli del Pane Eucaristico.
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Quasi a portarci in più spirabil aere, e a mostrare a quali sublimi altezze, i veri grandi artisti, anche pagani, giunsero in fatto d’arte sacra, l’Autore riporta — nel § XX° “Il Partenone” — il testo della conferenza da lui tenuta nel 1936 alla “Pro Cultura” di Udine, sulla bellezza monumentale del tempio greco, per esaltarne la perfezione e per trattare dell’architettura che eleva templi alla Divinità.
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Segue al § XXI° un articolo su “Il tempio dei Santi Pietro e Paolo al quartiere Ostiense” nel quale l’A. definisce la chiesa dell’Esposizione Universale ad opera dell’architetto Arnaldo Foschini, come “una delle più belle sorte in questi ultimi tempi in Italia”.
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È poi la volta, al § XXII°, della “Mostra Internazionale di Arte Sacra nell’ Anno Santo a Roma”, quando la Chiesa chiama raccolta gli artisti cristiani che avevano operato nel settore dell’arte religiosa nel primo cinquantennio del ‘900. L’Esposizione offrì invero la possibilità di constatare che il pensiero cristiano ha ancora nobilissime risorse artistiche e che la Chiesa non rifiuta per partito preso la buona modernità quando questa sa accostarsi con reverenza ai temi della liturgia e della figurazione sacra.
Questo fu appunto lo scopo che si prefisse la Pontificia Accademia dei Virtuosi al Pantheon, quando lanciò l’idea di fare la Mostra. Si arrivò così alla raccolta di oltre 2000 opere, disposte lungo un percorso di circa tremila metri, e che “fecero scoprire — come disse un noto critico — in un’epoca pervasa di materialismo un’ansia di spirituale bellezza, non indegna di accostarsi alle conquiste dei secoli più lontani”.
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Al § XXIII° «La riforma dell’arte missionaria”, al § XXIV° “Mostra d’arte missionaria nell’Anno Santo a Roma”, al § XXV° “La Mostra d’arte missionaria in Spagna”, al § XXVI° “Chiusura della Mostra d’arte missionaria nel Portogallo”, al XXXI° “La pittura cinese” l’Autore, che fu già Delegato Apostolico in Cina e Segretario della Sacra Congregazione di Propaganda Fide, tratta con particolare competenza di quell’arte e di quella Mostra, che, dopo l’enorme successo avuto a Roma nell’Anno Santo passò successivamente con grande trionfo di visitatori e plauso della critica in Spagna e Portogallo, confermando che la Chiesa, con la predicazione del Vangelo, non intende mortificare il patrimonio culturale o il regime politico dei popoli evangelizzati quando non sia compromessa la purezza della fede e dell’etica cristiana, ma che, particolarmente in questi ultimi tempi, ha invitato i missionari e gli architetti a rispettare e a servirsi dell’arte indigena affinché le popolazioni non si trovassero disorientate di fronte ad imposizioni straniere. “L’arte, afferma l’A., non è né pagana né cristiana, ma è universale come la Chiesa di Cristo”.
Nei §§ XXVII° “La gran pietà dei Luoghi Santi” e XXVIII° «II problema dell’arte cristiana nel Medio Oriente” l’Autore tratta dell’arte cristiana nel medio oriente e, soprattutto di quella in Palestina, rifacendosi a quanto hanno detto e fatto gli architetti Antonio e Giulio Barluzzi, che con tanta perizia han curato la costruzione dei santuari nei luoghi stessi ove visse, “passò benefacendo”, e morì il Cristo Redentore.
“In Terra Santa ogni località ove sorge un santuario è un richiamo preciso ad un determinato mistero della vita del Cristo. È nato allora il desiderio di evitare l’architettura generica che ripete sempre la stessa parola e di piegare l’arte a esprimere il sentimento provocato da quel mistero. Questa architettura sceglie liberamente fra gli elementi del passato quelli che meglio si adattano ad esprimere il sentimento dominante del luogo, mantenendo naturalmente unità di stile, e vi inserisce con cautela le reliquie del passato”.
L’Autore invoca poi la tutela internazionale dei Luoghi Sacri, che oggi sono purtroppo in balia di varie stirpi e religioni, particolarmente in Gerusalemme.
Negli ultimi due paragrafi (XXIX° “Maria nell’arte” e XXX “L’Eucarestia e il purgatorio nell’arte”) l’A. chiude il suo magnifico libro con un inno di fede all’arte che ha saputo esaltare soprattutto la Madonna e l’Eucarestia, dimostrando come realmente, quando l’artista sappia accostarsi con fede ai migliori temi della religione, non possa fare a meno di lasciare ai fedeli e alla storia capolavori che, come disse Urbano VIII, devotionem pariant ac pietatem (per suscitare devozione e pietà)”.
Mino Borghi
Nota del nostro sito: Sullo stesso argomento:
* “Semplicità non è l’equivalente di povertà, di nudità, di mancanza, come si potrebbe giudicare da certe chiese che sembrano non ancora ultimate” (Lettera Pastorale del Cardinale Gonçalves Cerejeira, Primate del Portogallo)
* La Chiesa protegge la vera arte contro la nuova eresia iconografica (saggio del Cardinale Celso Costantini)
* Lettera del Prof. Plinio Corrêa de Oliveira a Sua Eminenza il Cardinale Celso Costantini (19-10-1955), pubblicata dalla rivista “Fede e Arte” (Vaticano) / Ci serviva, Eminenza, un commento di grande portata. Vostra Eminenza ha voluto offrirlo al mondo cattolico nel Suo articolo lungimirante, in cui nulla manca: un’elevata visione dottrinale, un senso artistico molto delicato, una perspicacia politica penetrante, un senso psicologico sottile, un ardente amore per l’arte, una viva preoccupazione di chiarire e orientare senza tuttavia screditare coloro di cui Vostra Eminenza indica gli errori.