Quinta Parte, Cap. singolo – La tattica del “terreno comune”

 

Nel capitolo precedente abbiamo parlato della famosa “tattica del terreno comune“. Questa consiste nell’evitare costantemente qualsiasi argomento che possa essere fonte di discordia tra cattolici e non cattolici, e nel sottolineare solo ciò che può essere comune a entrambi.
Non riconoscere mai la separazione dei campi, non chiarire mai le ambiguità o definire gli atteggiamenti. Finché l’individuo è o si definisce cattolico, anche se i suoi atteggiamenti e le sue parole contraddicono le sue idee, anche se la sua vita differisce dalle sue convinzioni o la sua sincerità può essere messa in dubbio, non dobbiamo mai assumere un atteggiamento fermo nei suoi confronti, con il pretesto che non dobbiamo “spezzare la canna rotta e non spegnere il lucignolo fumante” (Is 42,1-9) Il brano che segue mostra in modo eloquente come dobbiamo procedere in questa delicata materia, dimostrando che la giusta pazienza non deve mai arrivare ai limiti dell’imprudenza e dell’imbecillità:
“Ogni albero che non dà buon frutto viene tagliato e gettato nel fuoco. Io vi battezzo nell’acqua per la conversione; ma colui che viene dopo di me è più forte di me e io non sono degno di portargli i sandali; egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala e pulirà la sua aia e raccoglierà il suo frumento nel granaio, ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile” (Mt 3,10-12).
Quanto a nascondere le ragioni dei disaccordi che ci separano da quanti sono solo imperfettamente nostri, non è quel che fa il Maestro divino nelle numerose circostanze esaminate di seguito.
I farisei conducevano una vita di pietà, almeno in apparenza, e Nostro Signore, lungi dal nascondere l’inadeguatezza di questa apparenza per paura di irritarli e allontanarli ulteriormente da Lui, li attaccò frontalmente, dicendo:
“Non chiunque mi dice: ‘Signore, Signore’, entrerà nel regno dei cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. In quel giorno molti mi diranno: ‘Signore, Signore, non abbiamo forse profetato nel tuo nome? E nel tuo nome non abbiamo forse scacciato demòni? E nel tuo nome non abbiamo forse compiuto molti prodigi?’. Ma allora io dichiarerò loro: ‘Non vi ho mai conosciuti. Allontanatevi da me, voi che operate l’iniquità!’” (Mt 7, 21-23).
Questo linguaggio potrebbe provocare irritazione? Potrebbe suscitare l’odio dei farisei contro il Salvatore, invece di convertirli? Poco importa. Il Maestro non poteva fare accomodamenti facili ma ingannevoli. Per sé e per i suoi discepoli di tutte le epoche, preferì una lotta aperta e dichiarata:
“Non crediate che io sia venuto a portare pace sulla terra; sono venuto a portare non pace, ma spada. Sono infatti venuto a separare l’uomo da suo padre e la figlia da sua madre e la nuora da sua suocera; e nemici dell’uomo saranno quelli della sua casa.
Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me; chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me. Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà” (Mt 10, 34-39).
Come molte persone di oggi, con le quali le anime pacifiste e accomodanti preferiscono sempre temporeggiare, anche i farisei avevano “qualcosa di buono”. Tuttavia, non furono trattati con le pratiche tranquillizzanti delle tattiche del terreno comune. Con una logica impeccabile, Nostro Signore li ha castigati verbalmente:
Prendete un albero buono, anche il suo frutto sarà buono. Prendete un albero cattivo, anche il suo frutto sarà cattivo: dal frutto infatti si conosce l’albero. Razza di vipere, come potete dire cose buone, voi che siete cattivi? La bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda. L’uomo buono dal suo buon tesoro trae fuori cose buone, mentre l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori cose cattive” (Mt 12,33-35).
Quando l’esperienza dimostrò che i farisei avevano rifiutato l’immensa e adorabile grazia contenuta nelle parole fulminanti del Salvatore e si erano ribellati ancora di più a Lui, il Maestro non cambiò la sua tattica:
“Allora i discepoli si avvicinarono per dirgli: ‘Sai che i farisei, a sentire questa parola, si sono scandalizzati?’. Ed egli rispose: ‘Ogni pianta, che non è stata piantata dal Padre mio celeste, verrà sradicata. ‘Lasciateli stare! Sono ciechi e guide di ciechi. E quando un cieco guida un altro cieco, tutti e due cadranno in un fosso!’ Pietro allora gli disse: ‘Spiegaci questa parabola’. Ed egli rispose: ‘Neanche voi siete ancora capaci di comprendere?’” (Mt 15,12-16).
Con ciò, Egli mostrò che la paura di dispiacere e di provocare i colpevoli a rivoltarsi contro la Chiesa non può essere l’unica motivazione dei nostri metodi di apostolato. Eppure, quanti oggi, come San Pietro e gli apostoli, “senza capire”, non riescono a cogliere la mirabile lezione di forza e combattività che il Divino Maestro ci ha dato! Chi tra i nostri romantici liberali sarebbe in grado di dire ai moderni persecutori della Chiesa:
“Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima sulla menta, sull’anéto e sul cumìno, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Queste invece erano le cose da fare, senza tralasciare quelle. Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma all’interno sono pieni di avidità e d’intemperanza. Fariseo cieco, pulisci prima l’interno del bicchiere, perché anche l’esterno diventi pulito!
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che assomigliate a sepolcri imbiancati: all’esterno appaiono belli, ma dentro sono pieni di ossa di morti e di ogni marciume. Così anche voi: all’esterno apparite giusti davanti alla gente, ma dentro siete pieni di ipocrisia e di iniquità.
Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che costruite le tombe dei profeti e adornate i sepolcri dei giusti, e dite: “Se fossimo vissuti al tempo dei nostri padri, non saremmo stati loro complici nel versare il sangue dei profeti”. Così testimoniate, contro voi stessi, di essere figli di chi uccise i profeti. Ebbene, voi colmate la misura dei vostri padri. Serpenti, razza di vipere, come potrete sfuggire alla condanna della Geènna?
Perciò ecco, io mando a voi profeti, sapienti e scribi: di questi, alcuni li ucciderete e crocifiggerete, altri li flagellerete nelle vostre sinagoghe e li perseguiterete di città in città; perché ricada su di voi tutto il sangue innocente versato sulla terra, dal sangue di Abele il giusto fino al sangue di Zaccaria, figlio di Barachia, che avete ucciso tra il santuario e l’altare. In verità io vi dico: tutte queste cose ricadranno su questa generazione” (Mt 23, 23-36).
Tuttavia, spesso non sono meno malvagi dei farisei; non sono buoni nella loro dottrina, sono generalmente depravati e causano scandali pubblici, aggiungendo alla corruzione dei farisei l’enorme peccato del cattivo esempio e dell’orgoglio di fare il male. Ripetiamo ancora una volta che è un errore pensare che oggi non ci siano più persone malvagie di quante ce ne fossero ai tempi di Nostro Signore: Pio XI ci ha detto che siamo sull’orlo di un abisso più profondo di quello che era il mondo prima della Redenzione. Tuttavia, quanti avrebbero una paura folle di peccare contro la carità se dovessero fare un severo rimprovero agli avversari della Chiesa!
Nostro Signore disse dei farisei: “Bene ha profetato Isaia di voi, ipocriti, come sta scritto: ‘Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me’” (Mc 7,6).
Quanto imiteremmo il Maestro divino se dicessimo ai materialisti corrotti di oggi: “Voi bestemmiate Dio con le labbra e il vostro cuore è lontano da Lui”.
Nostro Signore aveva chiaramente previsto che questo processo avrebbe sempre irritato alcuni nemici della Chiesa:
“Il fratello farà morire il fratello, il padre il figlio, e i figli si alzeranno ad accusare i genitori e li uccideranno. Sarete odiati da tutti a causa del mio nome. Ma chi avrà perseverato fino alla fine sarà salvato” (Mc 13,12-13).
Ma la forma più alta di carità consiste proprio nel fare del bene attraverso un consiglio chiaro e, se necessario, eroicamente forte, proprio a coloro che potrebbero pagarci per questo bene mettendoci a morte.
Ecco perché Nostro Signore disse a coloro che in seguito lo avrebbero ucciso, ma che in quel momento lo applaudivano: “In verità, in verità vi dico, voi mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati” (Gv 6,26).
È un errore nascondere sistematicamente il vero stato del peccatore. Per esempio, San Giovanni non ha esitato a dire (1Gv 3,8): “Chi commette il peccato viene dal diavolo”. Per questo motivo, l’apostolo dell’amore scrive in modo molto categorico:
“Chi va oltre e non rimane nella dottrina del Cristo, non possiede Dio. Chi invece rimane nella dottrina, possiede il Padre e il Figlio. Se qualcuno viene a voi e non porta questo insegnamento, non ricevetelo in casa e non salutatelo, perché chi lo saluta partecipa alle sue opere malvagie” (2Gv 1, 9-11).
E in un’altra occasione ha detto:
“Ho scritto qualche parola alla Chiesa, ma Diòtrefe, che ambisce il primo posto tra loro, non ci vuole accogliere. Per questo, se verrò, gli rinfaccerò le cose che va facendo, sparlando di noi con discorsi maligni. Non contento di questo, non riceve i fratelli e impedisce di farlo a quelli che lo vorrebbero e li scaccia dalla Chiesa” (3Gv 9-10).
In una virile presa di posizione contro i nemici della Chiesa e in piena sintonia con il Nuovo Testamento, scrive: “Conosco le tue opere, la tua fatica e la tua perseveranza, per cui non puoi sopportare i cattivi. Hai messo alla prova quelli che si dicono apostoli e non lo sono, e li hai trovati bugiardi” (Ap 2, 2).
E per questo motivo leggiamo anche nell’Apocalisse: “Tuttavia hai questo di buono: tu detesti le opere dei nicolaìti, che anch’io detesto” (2,6).
In breve, quando viene usata non come eccezione, ma frequentemente e abitualmente, la cosiddetta “tattica del terreno comune” è la canonizzazione del rispetto umano; e, incoraggiando i fedeli a nascondere la loro fede, è un’aperta violazione delle parole dell’adorabile Maestro:
“Voi siete il sale della terra; ma se il sale perde il sapore, con che cosa lo si renderà salato? A null’altro serve che ad essere gettato via e calpestato dalla gente.
Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città che sta sopra un monte, né si accende una lampada per metterla sotto il moggio, ma sul candelabro, e così fa luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al Padre vostro che è nei cieli” (Mt 5,13-16).
Per quanto riguarda il consiglio dato in certi ambienti dell’AC di nascondere ai neofiti le difficoltà della vita spirituale e le lotte interiori che ne conseguono, si noti l’atteggiamento totalmente diverso di Nostro Signore quando disse alle anime che voleva attirare questa terribile verità: “Dai giorni di Giovanni il Battista fino ad ora, il regno dei cieli subisce violenza e i violenti se ne impadroniscono” (Mt 11,12).
E dichiarò anche:
“Se la tua mano ti è motivo di scandalo, tagliala: è meglio per te entrare nella vita con una mano sola, anziché con le due mani andare nella Geènna, nel fuoco inestinguibile. E se il tuo piede ti è motivo di scandalo, taglialo: è meglio per te entrare nella vita con un piede solo, anziché con i due piedi essere gettato nella Geènna. E se il tuo occhio ti è motivo di scandalo, gettalo via: è meglio per te entrare nel regno di Dio con un occhio solo, anziché con due occhi essere gettato nella Geènna” (Mc 9,43-47).
Ma, potrebbe obiettare qualcuno, questo linguaggio non respinge le anime? Certo, le anime fredde e dure. Ma se Nostro Signore non vuole tali anime tra i suoi, e se ha usato il linguaggio per allontanare da sé questi elementi inutili, vogliamo essere più saggi, gentili e compassionevoli dell’Uomo Dio nel chiamare a noi coloro che Egli non vuole?
Gli apostoli lo capirono e seguirono l’esempio del Maestro.
Alcune anime del nostro tempo sono così facili da accontentare che considerano qualsiasi politico che parli di Dio in un discorso come un cattolico molto genuino e affidabile. Questa è la tattica di vedere ciò che ci unisce, ma non ciò che ci separa. Chi oserebbe rivolgere a uno di questi vaghi “deisti”, in certi ambienti liberali, le terribili parole di san Giacomo: “Tu credi che c’è un Dio solo? Fai bene; anche i demòni lo credono e tremano!” (Gc 2,19). E che direbbe ai tanti sibariti del nostro tempo:
“E ora a voi, ricchi: piangete e gridate per le sciagure che cadranno su di voi! Le vostre ricchezze sono marce, i vostri vestiti sono mangiati dalle tarme. Il vostro oro e il vostro argento sono consumati dalla ruggine, la loro ruggine si alzerà ad accusarvi e divorerà le vostre carni come un fuoco. Avete accumulato tesori per gli ultimi giorni! Ecco, il salario dei lavoratori che hanno mietuto sulle vostre terre, e che voi non avete pagato, grida, e le proteste dei mietitori sono giunte agli orecchi del Signore onnipotente. Sulla terra avete vissuto in mezzo a piaceri e delizie, e vi siete ingrassati per il giorno della strage. Avete condannato e ucciso il giusto ed egli non vi ha opposto resistenza” (Gc 5,1-6).
Eppure, questo è il comportamento di un cristiano il cui spirito audace e santo non tollera sotterfugi o sinuosità in materia di fede. Come dobbiamo svolgere il nostro apostolato? Con le armi della franchezza: “Il vostro ‘sì’ sia sì, e il vostro ‘no’ no, per non incorrere nella condanna” (Gc 5,12).
Se non dichiariamo la nostra fede con le parole e con le azioni, non facciamo apostolato: nascondiamo la luce di Cristo che brilla in noi e che dovrebbe traboccare dal nostro interno e illuminare il mondo: “… per essere irreprensibili e puri, figli di Dio innocenti in mezzo a una generazione malvagia e perversa. In mezzo a loro voi risplendete come astri nel mondo” (Fil 2,15).
Non rifuggiamo da nulla e non vergogniamoci di nulla: “Dio infatti non ci ha dato uno spirito di timidezza, ma di forza, di carità e di prudenza. Non vergognarti dunque di dare testimonianza al Signore nostro, né di me, che sono in carcere per lui; ma, con la forza di Dio, soffri con me per il Vangelo” (2Tm 1,7-8).
Ci sono cause di attrito in questo atteggiamento? Non importa. San Paolo ci dice: “Comportatevi dunque in modo degno del vangelo di Cristo (…) [perché io sappia] che combattete unanimi per la fede del Vangelo, senza lasciarvi intimidire in nulla dagli avversari. Questo per loro è segno di perdizione, per voi invece di salvezza, e ciò da parte di Dio” (Fil 1,27-28).
Qualsiasi carità che una persona cerchi di esercitare a scapito di questa regola è falsa:
 
“La carità non sia ipocrita: detestate il male, attaccatevi al bene” (Rm 12, 9).
Ancora una volta, insistiamo: se qualcuno si sottrae alle austerità della Chiesa, lasciatelo stare, perché non è tra gli eletti.
“Cristo infatti non mi ha mandato a battezzare, ma ad annunciare il Vangelo, non con sapienza di parola, perché non venga resa vana la croce di Cristo. La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che si perdono, ma per quelli che si salvano, ossia per noi, è potenza di Dio. Sta scritto infatti: Distruggerò la sapienza dei sapienti e annullerò l’intelligenza degli intelligenti. Dov’è il sapiente? Dov’è il dotto? Dov’è il sottile ragionatore di questo mondo? Dio non ha forse dimostrato stolta la sapienza del mondo? Poiché infatti, nel disegno sapiente di Dio, il mondo, con tutta la sua sapienza, non ha conosciuto Dio, è piaciuto a Dio salvare i credenti con la stoltezza della predicazione. Mentre i Giudei chiedono segni e i Greci cercano sapienza, noi invece annunciamo Cristo crocifisso: scandalo per i Giudei e stoltezza per i pagani; ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, Cristo è potenza di Dio e sapienza di Dio” (1Cor 1, 17-24).
È difficile agire sempre in questo modo, ma un’anima virile, sostenuta dalla grazia, può fare qualsiasi cosa: “Vigilate, state saldi nella fede, comportatevi in modo virile, siate forti” (1Cor 16,13).
D’altra parte, chi si rifiuta di lottare deve rinunciare alla vita dei cattolici, che è una lotta incessante, come dice l’Apostolo, avvertendo in modo enfatico e dettagliato:
“Per il resto, rafforzatevi nel Signore e nel vigore della sua potenza. Indossate l’armatura di Dio per poter resistere alle insidie del diavolo. La nostra battaglia infatti non è contro la carne e il sangue, ma contro i Principati e le Potenze, contro i dominatori di questo mondo tenebroso, contro gli spiriti del male che abitano nelle regioni celesti. Prendete dunque l’armatura di Dio, perché possiate resistere nel giorno cattivo e restare saldi dopo aver superato tutte le prove. State saldi, dunque: attorno ai fianchi, la verità; indosso, la corazza della giustizia; i piedi, calzati e pronti a propagare il vangelo della pace. Afferrate sempre lo scudo della fede, con il quale potrete spegnere tutte le frecce infuocate del Maligno; prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la parola di Dio. In ogni occasione, pregate con ogni sorta di preghiere e di suppliche nello Spirito, e a questo scopo vegliate con ogni perseveranza e supplica per tutti i santi. E pregate anche per me, affinché, quando apro la bocca, mi sia data la parola, per far conoscere con franchezza il mistero del Vangelo, per il quale sono ambasciatore in catene, e affinché io possa annunciarlo con quel coraggio con il quale devo parlare” (Ef 6,10-20).
Non troviamo altra dottrina nella vita del Divino Salvatore:
“Gli risposero i Giudei: ‘Non abbiamo forse ragione di dire che tu sei un Samaritano e un indemoniato?’. Rispose Gesù: ‘Io non sono indemoniato: io onoro il Padre mio, ma voi non onorate me. Io non cerco la mia gloria; vi è chi la cerca, e giudica. In verità, in verità io vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà la morte in eterno’. Gli dissero allora i Giudei: ‘Ora sappiamo che sei indemoniato. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: ‘Se uno osserva la mia parola, non sperimenterà la morte in eterno’. Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti. Chi credi di essere?’. Rispose Gesù: ‘Se io glorificassi me stesso, la mia gloria sarebbe nulla. Chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: ‘È nostro Dio!’, e non lo conoscete. Io invece lo conosco. Se dicessi che non lo conosco, sarei come voi: un mentitore. Ma io lo conosco e osservo la sua parola. Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e fu pieno di gioia’. Allora i Giudei gli dissero: ‘Non hai ancora cinquant’anni e hai visto Abramo?’. Rispose loro Gesù: ‘In verità, in verità io vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono’. Allora raccolsero delle pietre per gettarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8,48-59).
Nostro Signore fu accusato non solo di essere posseduto, ma anche di bestemmia:
“I Giudei raccolsero delle pietre per lapidarlo. Gesù disse loro: ‘Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?’. Gli risposero i Giudei: ‘Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio’” (Gv 10,31-33).
Sulle orme di Nostro Signore, non ritiriamoci quando la nostra pratica di apertura apostolica sembra essere fallita.
Non cerchiamo il successo immediato e l’applauso fugace della folla o anche dei nostri avversari; questi sono i frutti della tattica del terreno comune.
Nostro Signore ci mostra spesso che dobbiamo disprezzare la popolarità tra i malvagi: “Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria e in casa sua. E lì, a causa della loro incredulità, non fece molti prodigi” (Mt 13, 57-58).
Alcuni sostengono che il trionfo supremo di un’opera cattolica non è la benedizione e la lode della gerarchia, ma l’applauso dell’avversario. Questo criterio è fallace, perché, tra mille altri motivi, potrebbe essere un semplice agguato in cui cadiamo, e quindi sacrifichiamo i nostri principi a questo prezzo: “Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi. Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti” (Lc 6,26). “ ‘Una generazione malvagia e adultera pretende un segno! Ma non le sarà dato alcun segno, se non il segno di Giona’. Li lasciò e se ne andò” (Mt 16,4). Nostro Signore se n’è andato, ma noi, invece, vorremmo rimanere sul campo sterile, sfigurando e sminuendo le verità finché non arriva l’applauso. Quando l’applauso arriva, spesso è segno che siamo diventati falsi profeti.
È vero che Nostro Signore ha pietà di coloro che non sono così induriti nel male da non poter essere salvati da un miracolo:
“E guardandoli tutt’intorno con indignazione, rattristato per la durezza dei loro cuori, disse all’uomo: ‘Tendi la mano!’. Egli la tese e la sua mano fu guarita” (Mc 3,5).
Ma molti periranno nella loro cecità:
E diceva loro: “A voi è stato dato il mistero del regno di Dio; per quelli che sono fuori invece tutto avviene in parabole, affinché guardino, sì, ma non vedano, ascoltino, sì, ma non comprendano, perché non si convertano e venga loro perdonato” (Mc 4,11-12).
Alla luce di tanto rigore, non sorprende che il “mite rabbino di Galilea” sia stato talvolta capace di incutere vero e proprio terrore, anche in coloro che gli erano più vicini: “Essi però non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo” (Mc 9,32).
Essere apostolo significa condurre una vita di combattimento piuttosto che ricevere lodi, come annuncia la profezia seguente, che senza dubbio può incutere un certo terrore:
“Ma voi badate a voi stessi! Vi consegneranno ai sinedri, sarete percossi nelle sinagoghe, comparirete davanti a governatori e re a causa mia, per dare testimonianza a loro” (Mc 13,9).

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