Che cos’è un democristiano? – Folha de S. Paulo, 19 luglio 1970

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Vale ancora la pena affrontare l’argomento, visto che si parla sempre meno di democristianismo e sempre più di progressismo? — A prima vista, sembrerebbe di no.
A ben vedere, però, si noterà che la questione non manca certo di attualità.
Infatti, e prima di tutto, sebbene il PDC brasiliano sia confluito nel partito MDB [Movimento Democrático Brasileiro] — di cui oggi costituisce una frangia di sinistra esigua e inibita — la democrazia cristiana continua a prosperare in altri paesi, come l’Italia, il Cile e il Venezuela, per esempio. E, quindi, chi desidera essere al corrente del panorama politico internazionale non può fare a meno di avere le idee chiare su questo fenomeno, peraltro così polimorfo e sfuggente come il democristianismo.
In secondo luogo — e questo riguarda più da vicino il Brasile — sebbene il democristianismo abbia perso tra noi quasi tutta la sua importanza politica, esso esercita ancora un’influenza considerevole su quella che potremmo definire la vita interna del progressismo. E a quest’ultimo, sì, non si può negare un ruolo di primo piano nel nostro panorama politico.
In queste condizioni, prima di studiare il democristiano, analizziamo il ruolo del democristianismo come uno dei gruppi costitutivi della falange progressista.
Non si può dire che il progressismo costituisca, tra noi, una forza elettorale. Se presentasse candidati propri, con un proprio simbolo, non riuscirebbe a ottenere altro che manciate di voti qua e là. Ciò deriva dal fatto che le quattro forze su cui si appoggia il progressismo sono soggette a un fenomeno di crescente logoramento nell’opinione pubblica brasiliana.
La prima di queste forze è costituita da un certo tipo di giornalisti infiltrati in quasi tutta la stampa quotidiana, i quali non perdono occasione per presentare un’immagine tetra del mondo occidentale e insinuare che la salvezza risieda nella saggezza, nel buon senso e nell’amore per il lavoro manifestati dai movimenti di sinistra e dagli «hippy». Questa farsa giornalistica sta stancando tutti. Strati sempre più ampi di lettori si stanno rendendo conto di quanto ci sia di follemente esagerato in queste apprensioni e di quanto siano palesemente infondate queste speranze.
L’altra linea di sostegno del progressismo è la cosiddetta «intellighèntsia» avanzata. Essa è costituita da scrittori e artisti acclamati in modo assordante dai giornalisti di cui ho appena parlato. Nelle librerie, tuttavia, le edizioni di questi scrittori, il più delle volte, impiegano tempo a esaurirsi. E alle aste, le opere di questi artisti (chiamiamoli così) trovano un prezzo solo presso piccoli circoli di iniziati la cui capacità di acquisto è inferiore all’abbondante produzione dei loro instancabili autori. È evidente che il sostegno di questo fattore di appoggio non ha peso elettorale.
Il terzo settore è costituito dagli «arditi»: «hippie» irriducibili, agitatori operai o studenteschi, sequestratori ecc. Anche a questi, il giornalismo progressista dà risalto quando può. Ma ogni volta che si presentano in pubblico non riescono a portare con sé altro che branchi numericamente insignificanti.
La quarta forza — la più importante dal punto di vista dell’influenza sul popolo — è il clero progressista. Anni fa, prima che il progressismo si diffondesse tra le file del clero, questa era la maggiore forza morale del Paese. Man mano che diventa progressista, il popolo se ne allontana (e non dalla Religione, si noti bene). Ne consegue che, quanto più un prete o una suora è progressista, tanto minore è il numero di persone che si porta dietro. E i più avanzati hanno solo il sostegno di manciatine di fanatici.
Non è quindi nel numero che bisogna cercare il segreto della reale influenza del progressismo. Tale influenza sta altrove. Il progressismo interessa ai brasiliani molto meno come realtà attuale che come ipotesi. Mi spiego meglio.
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Tutti avvertono che la società attuale, amalgama di tradizioni cristiane che ci giungono dal profondo dei secoli e di impulsi e aspirazioni che tendono verso un categorico neopaganesimo, è costruita sulla contraddizione. E che tutto ciò che è contraddittorio tende, per il proprio ordine naturale, alla coerenza o alla rovina: come l’organismo malato procede più o meno rapidamente verso la guarigione o verso la morte. Se ci avviamo, dunque, verso una scelta tra gli elementi contraddittori che formano lo «status quo» del nostro mondo, una delle ipotesi è la paganizzazione totale, verso un futuro completamente reciso dal passato. E l’altra ipotesi è il ricongiungimento dei fili spezzati della tradizione, verso un futuro coerentemente cristiano.
Così, sull’orlo di questa tremenda scelta, il progressismo costituisce un’ipotesi logica. Logica, sì, con tutta la logica degli errori estremi. E quando tanti prestano attenzione alle occasioni in cui il progressismo si manifesta urlando, inveendo o agitando, lo fanno non solo per la pressione dell’immenso sostegno propagandistico di cui gode il progressismo, ma — e soprattutto — attratti dalla necessità di esaminare sé stessi. Il fatto è che i progressisti sono pochi. Ma sono molti coloro che hanno in sé qualcosa — fibre, fermenti, germi — di progressismo. E questi ultimi, osservando così attentamente il progressismo, cercano di dare una risposta alla seguente domanda: se io, i miei parenti, i miei vicini, il mondo intero, insomma, ci abbandonassimo alle tendenze interiori che conducono al progressismo, quale fisionomia dell’anima assumeremmo, quale stile di vita adotteremmo, quale mondo plasmeremmo?
Curiosamente, dallo stesso fenomeno deriva l’eccezionale attualità della TFP. Innumerevoli sono coloro che si chiedono: se chiudessi la mia anima alle influenze che mi spingono verso sinistra e mi aprissi all’azione delle fibre, dei germi o dei fermenti della tradizione che vivono in me; se io, i miei parenti, i miei vicini, il mondo intero, insomma, optassimo per un progresso in linea con la tradizione, quale fisionomia morale assumeremo, quale stile di vita adotteremo, quale mondo plasmeremo? La TFP è proprio l’altra ipotesi, opposta al progressismo e simmetrica ad esso. È la coerenza nel ripudio di tutto ciò che esso accetta e nella negazione di tutto ciò che esso afferma.
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Tra queste due coerenze in marcia divergente, si trovano gli indifferenti, ovvero la sbiadita schiera di coloro che evitano di guardare in faccia la scelta, si impegnano ostinatamente a tenere insieme, una all’altra, tesi che «hurlent de se trouver ensemble» [urlano quando si trovano insieme]. E che cercano di mantenere questa situazione precaria chiudendo ostinatamente gli occhi di fronte all’urgenza di una scelta, che costituisce un imperativo della Storia.
In che modo le forze di sinistra cercano di trascinare dalla loro parte questo «mare magnum» di indecisi? È qui che sembra emergere il ruolo del democristiano, così come, del resto, quello della “gauche caviar”, suo fratello siamese, suo sosia, suo alleato.
Ma l’argomento si è spinto troppo in là per oggi. Fatta questa introduzione, nel prossimo articolo affronteremo la descrizione del democristiano, il suo temperamento, le sue idee e il suo ruolo al servizio del progressismo.

Nota: Traduzione senza revisione dell’autore.

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