A rotta ferma, sulla nave dell’indecisione – Folha de S. Paulo, 26 luglio 1970

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Nel mio ultimo articolo ho analizzato la psicologia del democristiano. Tuttavia, non ho esaurito l’argomento, che — nel suo genere — è tra i più vasti.

Tra i più vasti, sì, perché è tra i più complessi. Ed è tra i più complessi perché i tratti essenziali della psicologia del democristiano derivano da una fondamentale e cronica indecisione, sia di temperamento che di indole intellettuale. Ebbene, non c’è nulla di più complesso dell’indecisione…

Pertanto, oggi proseguo l’analisi.

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Prima di tutto, preciso che non ho in mente, in questa sede, nessun democristiano in particolare. Questa analisi perderebbe tutto il suo interesse se limitasse il proprio campo a un mero individuo. Descrivo i democristiani «in generale», cioè presento alcuni tratti psicologici che tutti hanno in comune e che li rendono una corrente spirituale, una famiglia di anime, ancor prima di essere — come sono — una corrente politica. Proprio per questo, ciò che scrivo qui sui democristiani si riferisce immediatamente a quelli del Brasile, ma sarebbe analogamente applicabile a quelli dell’America iberoamericana o dell’Europa. Escludo dal quadro, e comunque solo in una certa misura, i democristiani della Germania. Ritengo superfluo aggiungere che, nel descrivere la psicologia della maggioranza dei democristiani, non dimentico che alcuni di loro non rientrano perfettamente in questo quadro. Come è ben noto, nelle collettività numerose ci sono sempre persone che esulano dalla regola generale.

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Ciò che rende il democristiano un indeciso è una fondamentale mancanza di energia per scegliere.

Tutti noi portiamo nell’anima, sin dall’inizio, il duro fardello di una scissione. Sì, di questa grande scissione fondamentale che caratterizza i nostri tempi di transizione, di crisi, di tragedia. In noi vivono le tracce di duemila anni di tradizione cristiana, in lotta con 500 anni di crisi religiosa, morale, culturale, politica, sociale ed economica. Da Lutero ai nostri giorni — passando per la Rivoluzione Francese — questa crisi si è fatta sempre più marcata. E la sua manifestazione più acuta risiede nell’antitesi cattolicesimo-comunismo.

Sentendo dentro di sé il dramma di questa scissione, gli spiriti coerenti comprendono la necessità di risolvere la tensione interiore in cui vivono, attraverso una soluzione logica. Se la verità sta dal lato del comunismo, è necessario adottarlo e portarlo alle sue ultime conseguenze logiche. Se la verità sta dal lato della religione cattolica, è necessario abbracciarla e portarla alle sue ultime conseguenze logiche.

Di fronte alla necessità di questa scelta fondamentale e totale, che richiede — è ovvio — un lungo e faticoso sforzo di ordine interiore, c’è una categoria di anime che rabbrividisce e indietreggia. Questo indietreggiare racchiude un rifiuto. È il rifiuto di andare al fondo delle cose, di riconoscere la grande crisi ideologica dei nostri giorni, e di prendere posizione nell’arena a favore di una delle due bandiere opposte.

Le ragioni di questo brivido, di questo indietreggiare, di questo rifiuto? — Sono innumerevoli. In alcuni, è una elementare avversione alle certezze: preferiscono, per istinto, il vago, l’indefinito, il «più o meno». In altri, è la pigrizia di lottare: avere certezze trascina alla lotta; quindi, è più comodo vivere nell’incertezza. Altri, infine, d’animo frivolo e capriccioso, provano un desiderio simultaneo per Gesù Cristo e per Marx. E non vogliono rinunciare a Gesù Cristo quando applaudono Marx, né rinunciare a Marx quando si inginocchiano davanti a Gesù Cristo.

Questi molteplici fattori, sebbene si distinguano in teoria, nella pratica non si escludono a vicenda, e spesso si sommano. Da essi deriva, da un lato, una profonda antipatia — forse sarebbe meglio dire, un rimorso aggressivo — nei confronti degli spiriti ordinati, dinamici e coerenti. E dall’altro lato, un rifiuto di ogni soluzione interamente logica ai problemi attuali.

L’essenziale, per questa famiglia di anime, non è trovare una via retta e coerente verso una verità da proclamare, un bene da difendere, un errore da confutare o un male da punire.

L’essenziale per lei è trovare pretesti che la “giustifichino”. È mossa dal desiderio di conservare lo “status quo” tra termini contraddittori, di evitare la lotta, lo scontro, il dramma. L’essenziale è la pace.

Questa pace, essa non la concepisce come la tranquillità fondata sull’ordine, e l’ordine fondato sulla coerenza. La intende come la stagnazione derivante dal compromesso tra tesi inconciliabili, dall’adozione dei cosiddetti programmi «intermedi», il cui scopo supremo è accontentare tutti. Una sciocchezza grande quanto quella dei passeggeri di una nave in tempesta che, essendo in disaccordo sulla rotta per raggiungere il porto, accettassero una rotta intermedia, della quale tutti sanno che certamente non porterà da nessuna parte. E questo per il terrore di chiarire le cose, di essere logici, di discutere, di scegliere…

Come vedrebbero i passeggeri di quella nave — chiamiamola nave della via di mezzo — i difensori di una rotta oggettiva e logica? — È chiaro che li definirebbero cervellotici, insensati, fanatici e intransigenti. Disturbatori dell’armonia generale nella vita a bordo. Guastafeste. — Quanto sarebbe comoda, senza di loro, la convivenza quotidiana sulla nave della via di mezzo!

È esattamente ciò che pensa l’autentico democristiano a proposito del membro della TFP: quanto sarebbe comoda la vita senza questi guastafeste…

Secondo la mentalità di questi idolatri del pasticcio, la soluzione alla lacerazione interiore dell’uomo contemporaneo, e alle lotte che ne derivano, sarebbe molto semplice. Consisterebbe infatti solo nello stringere un accordo con i comunisti. Non con i comunisti intransigenti, ovviamente. Ma con quelli accomodanti. Si tratterebbe di accettare certe concessioni al comunismo. Ma a condizione che non si arrivasse al comunismo totale. Attuare subito, ad esempio, una riforma agraria ben socialista e ben confiscatoria. Placare così i comunisti, addormentarli, e salvare la proprietà urbana e quella rurale. Ciò garantirebbe un po’ di tempo di tranquillità. Quando i comunisti si svegliassero dal letargo e avanzassero nuove richieste, si cederebbe ancora un po’: la metà, più o meno, di quanto chiedessero. Ne seguirebbe un nuovo letargo.

E così via. A quella gente importa poco se la riforma agraria socialista e confiscatoria sia giusta o ingiusta. Se favorisca o impedisca la prosperità. Questi sono problemi che interessano solo ai «logici». Per gli amici del letargo, c’è solo un valore veramente supremo: conservare il letargo.

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È proprio questa la mentalità del democristiano (e quindi progressista)? — È proprio questa.

Ma non solo questo. Il lettore vuole una prova? — Gliela fornisco con questa domanda: rispetto alla TFP, la posizione del democristiano è identica a quella che assume di fronte al comunismo? Il democristiano predica la conciliazione, la mitezza, la via di mezzo nei nostri confronti? O, al contrario, si infuria contro di noi, scagliandoci in ogni momento una guerriglia di sarcasmi, di sospetti, di «tracasserie» [fastidi di ogni sorta causati da motivi futili]?

Approfondiamo questo punto poiché ci condurrà a una curiosa conclusione sul vero contenuto dell’indecisione democristiana: essa include infatti una profonda decisione — talvolta inconscia — di orientarsi verso sinistra.

In altri termini, vedremo che l’indecisione iniziale del democristiano lo porta a una decisione: quella di orientarsi verso sinistra, senza confessarlo agli altri… e spesso nemmeno a sé stesso!

Vedremo, nel prossimo articolo, come ciò avvenga.

Nota: Il grassetto è di questo sito.

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