No. 71 – Il turbine egualitario conduce al materialismo

AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ

 

“Catolicismo”, Campos (Rio de Janeiro), Nº 71 – Novembre 1956

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Il Marchese di Spinola, comandante delle valorose truppe di Filippo II, riceve dalle mani di Giustino di Nassau, a Breda, nel Brabante, nei Paesi Bassi, le chiavi della città, che capitola dopo un’intrepida resistenza. Celebre quadro di Velázquez.
Il generale del Re Cattolico indossa un’imponente armatura, sulla quale un colletto di pizzo introduce una nota di amenità, ulteriormente sottolineata dalla grande fascia propria del comandante in capo. Nella mano sinistra si nota il bastone di maresciallo. Giustino di Nassau si presenta in un ricco abito, e porta anch’egli colletto e polsini di pizzo.
La scena si svolge in campagna e in un ambiente strettamente bellico. Il nostro cliché riproduce soltanto la parte centrale del quadro, nel quale figurano, da entrambi i lati, truppe con le armi in pugno. Eppure l’incontro possiede una nota di distinzione e affabilità che ricorda una scena di salotto. Giustino di Nassau, essendo stato sconfitto, si presenta con il cappello in mano e consegna le chiavi inchinandosi leggermente. Spinola, per rispetto verso il valoroso vinto, ha anch’egli il capo scoperto. Dietro di lui, gli hidalgos del suo seguito lo imitano. Si vede che il capo vincitore, mentre a sua volta si inclina lievemente, trattiene con il braccio l’inchino del gentiluomo fiammingo, e il suo volto è improntato a simpatia e considerazione. Si comprende che si congratula con l’avversario per il valore della resistenza, attenuando così cavallerescamente quanto l’atto della resa ha di amaro per lo sconfitto.
Un’intera dottrina della cortesia, un’intera tradizione di nobiltà d’animo si esprimono nei dettagli discreti ma eloquenti di questo mirabile quadro. Elevazione d’animo, derivante dalla fede, cortesia nata dalla carità, che facevano risplendere valori spirituali inestimabili in un atto che, in se stesso, è inevitabilmente duro e umiliante, come ogni resa.
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La stessa scena nella Seconda guerra mondiale. Gli americani, valorosi difensori del forte di Corregidor, nelle Filippine, si arrendono ai giapponesi.
Secondo lo stile pragmatista e livellatore dei nostri giorni, ogni protocollo è stato soppresso da entrambe le parti. Non vi è nulla che significhi stima e fiducia reciproche. Il vincitore esige che il vinto alzi le mani, perché diffida di un agguato. Il vinto obbedisce, anch’egli diffidente, sperando che così qualsiasi attacco di cui possa essere oggetto si riduca alla categoria di un volgare assassinio. Da entrambe le parti, in questo tragico incontro, tutto è ridotto al minimo richiesto dallo spirito pratico. Nessun valore culturale o morale illumina l’ambiente pesante e volgare che succede all’immortale eroismo della resistenza americana. La cortesia, la cavalleria, l’elevatezza di vedute di un tempo non si manifestano più nell’atto della resa. Scene come questa non si verificano soltanto tra americani e giapponesi, ma si ripetono identiche tra altri popoli.
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In uno dei suoi magnifici discorsi alla Nobiltà e al Patriziato Romano, Pio XII disse che in una vera democrazia dovrebbero esservi istituzioni di “tono aristocratico” (cfr. allocuzione del 1946, “Catolicismo”, n. 64, aprile 1956). Ciò vale anche per i costumi.
Dal 1789 in poi, con progressione allarmante, la società si è andata sempre più livellando verso l’uguaglianza completa. Pari passu, i costumi si sono andati volgarizzando. E se arriveremo all’uguaglianza completa, arriveremo anche alla completa volgarità. Ma poiché la completa volgarità è la riduzione delle cose alla loro espressione più infima, e nelle cose ciò che vi è di più infimo è la materia, è al materialismo completo che ci conduce il turbine egualitario!

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