AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ
“Catolicismo”, Campos (Rio de Janeiro), Nº 61 – Gennaio 1956
di Plinio Corrêa de Oliveira

Realtà o fiaba? Si avrebbe il diritto di esitare, considerando l’armonia, la leggerezza, la suprema distinzione di questo castello, costruito su acque di una serenità e di una profondità degne di servirgli da specchio. Si direbbe perfino che questa inimmaginabile facciata sia stata fatta per essere vista soprattutto nel suo riflesso sulle limpide acque sulle quali sembra librarsi.
Si tratta di una realtà, sì, ma di una realtà fiabesca, nata dal genio francese. È il castello di Chenonceaux, costruito nel XVI secolo. Lo distingue un’armoniosa compenetrazione di forza e grazia, di simmetria e fantasia, ben tipica dell’anima francese. La fotografia pone davanti a noi tre elementi diversi: un corpo di edificio lungo e uniforme, che termina con la congiunzione a un altro assai diverso, fiancheggiato da piccoli torrioni. Infine, alla destra del lettore, una massiccia torre.
Il corpo dell’edificio poggia su cinque archi, dai quali deriva la sua leggerezza. Per evitare ciò che i pilastri degli archi avrebbero di troppo pesante, ciascuno è sormontato da una sporgenza a mo’ di torrione, alleggerita da una grande finestra. Sopra il torrione, un’altra finestra al piano superiore, che sembra concludersi graziosamente nell’oculo ornamentale, quasi sorridente, della mansarda. Pilastro, torrione, finestra del secondo piano, oculo della mansarda costituiscono un’unica linea che si riflette interamente nella profondità dell’acqua, conferendo una sorta di continuità tra l’edificio e il suo riflesso. Anche la forma nobile e armoniosa degli archi guadagna nel completarsi nel proprio riflesso. E questi due elementi assicurano vigorosamente la continuità estetica tra il castello reale immerso nell’aria diafana e il castello irreale “immerso” nello Cher. I cinque archi corrispondono a cinque parti della facciata, che si ripetono l’una con l’altra. L’armonia è perfetta. Tanto perfetta che rasenterebbe la monotonia se ciò che essa ha di profondamente placido non fosse armoniosamente compensato e valorizzato da un contrasto.
Infatti, più massiccio alla base, nella squadratura monumentale della sua mole, alquanto guerriero nell’alterigia delle sue torri, pronto all’azione e alla lotta come l’altra parte sul fiume sembra pronta alle feste e alla pace, si erge il secondo corpo dell’edificio. Considerato in sé stesso, anch’esso presenta il contrasto armonico tra forza e grazia. L’estremo della forza è la base, nella parte compatta che va dal fiume all’inizio dei torrioni. Il primo e il secondo piano sono più leggeri, con le loro grandi finestre e la poesia delle loro torri. Le mansarde e il tetto sono di una freschezza, una varietà, una bellezza quasi musicale.
E a sinistra, grave e venerabile ricordo di altre epoche, eroica, cupa, incrollabile, immersa in un’atmosfera leggendaria, sta la vecchia torre, simbolo della solidità delle tradizioni che sono l’anima di Chenonceaux. Questa torre e la parte del castello sostenuta dagli archi sono assolutamente eterogenee. Ma la parte centrale forma tra esse una transizione così dolce, che tutto si lega in un insieme gradevole.
Non è difficile immaginare come fosse la vita in questo castello, nei suoi secoli di gloria, per esempio nelle notti calde e placide, con tutte le luci accese che si riflettevano sul fiume, e le musiche che uscivano dalle finestre aperte per perdersi tra i fiori dei parchi o sulla superficie dolcemente mobile delle acque…
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XVI secolo, secolo complesso, nel quale il neopaganesimo, culminato nel XX secolo con la presente crisi apocalittica, già cominciava a manifestarsi. Ma nel quale molte tradizioni cristiane di distinzione, elevazione dello spirito e armonia dell’anima conservavano ancora grande vigore. Secolo in cui la stessa arte era ancora segnata da una grandezza cristiana. Che cosa fece questo secolo per i poveri? Come vivevano i servitori di questo incomparabile castello?
