No. 56 – Efficacia formativa dell’iconografia

AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ

 

“Catolicismo”, Campos (Rio de Janeiro), Nº 56 – Agosto 1955

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Un principio generalmente ammesso nell’iconografia, e che costituisce del resto una conseguenza del semplice buon senso, prescrive che la fisionomia e il portamento delle immagini debbano rispecchiare le virtù delle persone che esse rappresentano. Così l’arte concorre alla formazione morale dei fedeli. Questo principio, che implica l’attribuzione all’arte di una vera missione nella santificazione dell’uomo, non può essere messo in dubbio da parte di cattolici equilibrati e sensati. Esso è confermato dal sentire di tutte le generazioni cattoliche, dalla Tradizione e dalla Rivelazione. In tutti i tempi, l’arte cristiana ha inteso che le immagini dovessero esprimere santità. Sempre si è ritenuto che sia stata una grazia di santificazione eccezionale per i contemporanei di Nostro Signore e di Nostra Signora poter contemplare i loro volti inesprimibilmente virtuosi. Nella Trasfigurazione, lo splendore che si irradiava da Nostro Signore, da Mosè e da Elia esprimeva senza dubbio non solo la gloria, ma anche la santità infinita del primo e l’eccelsa santità degli altri due. Insomma, nulla vi è di più solido, di più evidente, di più positivamente e universalmente ammesso in questa materia, di tale principio.
*   *   *
È questo che spiega perché certe immagini abbiano fatto, per grazia di Dio, tanto bene alle anime da giungere a provocare vere conversioni.

Il Bel Dio di Amiens

Non ci sarà difficile ammettere che un’immagine come quella del nostro primo cliché susciti sentimenti profondi di amore e di timore reverenziale verso Nostro Signore. Di timore, perché la forza e la gravità del portamento, la nobiltà del gesto e del volto, una certa maestà di Re e Maestro che discretamente si sprigiona dalla figura, ci infondono naturalmente il sentimento umile della nostra inferiorità, ravvivano la persuasione delle nostre imperfezioni e ci fanno vedere quanto esse siano vili, meschine, biasimevoli. Di amore, perché tanta grandezza coesiste con una semplicità estrema, un tale ordine interiore, un equilibrio così perfetto, una soavità che viene così dal profondo, da imporre l’ammirazione, la fiducia senza limiti e infine l’amore.
*   *   *
Ma se vi sono immagini che possono fare del bene, purtroppo non mancano quelle che possono fare del male.

Chiesa di San Giuseppe Lavoratore, Isola di Negros, Filippine

Chi direbbe che questo acrobata brutale e feroce, che sembra eseguire un violento passo di danza, vestito in modo cacofonico e sostenuto da due mani ciclopiche e deformi, sia Nostro Signore Gesù Cristo, di una santità e quindi di una temperanza, una dignità, un’elevazione, una nobiltà infinite?
Se si dovesse prendere come ideale di perfezione morale questo idolo sinistro, violento, stravagante, è innegabile che ci si allontanerebbe dal cammino della santità.
È dunque ben vero che l’arte, anche quando si dice cattolica, può veicolare implicitamente i più gravi e funesti errori contro la morale cattolica.

Contato