No. 48 – Fierezza popolare e pretesa rivoluzionaria

AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ

 

“Catolicismo”, Campos (Rio de Janeiro), Nº 48 – Dicembre 1954

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Come è noto, Louis Veuillot era plebeo, nel migliore, ma anche nel più radicale senso della parola. I suoi genitori erano di estrazione sociale molto umile, e Veuillot ebbe l’elevatezza d’animo e il buon gusto di non nascondere mai questo fatto.
Al contrario, in una pagina celebre, disse una volta che, se il mondo fosse tornato al Vangelo e si fosse potuta intraprendere una seria ricostruzione sociale, egli si sarebbe collocato nella plebe, per riorganizzarla, lasciando ad altri il compito di occuparsi delle altre classi. E il grande scrittore aggiunse che la Rivoluzione non aveva voluto distruggere soltanto la nobiltà e il Clero, ma anche il popolo. In effetti, le mentalità modellate sul 1789, pur proclamando la dignità della condizione plebea, di fatto se ne vergognano, cercando di occultare in ogni modo tutto ciò che possa ricordare che la plebe esiste e ha il suo posto alla luce del sole. Da qui il desiderio, che lo spirito rivoluzionario cerca di infondere nelle masse, di ostentare per quanto possibile un aspetto borghese. L’abitazione, l’abbigliamento, le maniere, lo stile dei divertimenti, tutto insomma, per il povero lavoratore manuale, quando in lui sono penetrate le tossine della Rivoluzione, ha attrattiva e soddisfa soltanto quando è, per quanto possibile, borghese. Da qui un “lusso” rovinoso, fatto di cianfrusaglie vistose, tanto spesso prive di gusto e di durata, che devasta i risparmi degli operai a esclusivo profitto dei fabbricanti di tali inutilità.
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Deve esservi differenza tra le classi sociali, per l’ordine naturale stesso e immutabile delle cose, come insegnano i Papi. E così, in qualunque società, dovranno esservi ricchi e poveri, famiglie illustri e famiglie modeste, intellettuali e lavoratori manuali. Ora, ancora per l’ordine naturale stesso delle cose, le élite devono essere meno numerose del popolo. Di conseguenza, la condizione popolare è quella della maggioranza del genere umano. E questa condizione non può essere né di penuria, né di angoscia, né di vergogna. Altrimenti dovremmo pensare che Dio abbia creato per la vergogna, l’angoscia e la penuria l’immensa maggioranza degli uomini che Egli stesso ha redento ed elevato alla condizione di membra del suo Corpo mistico.

 

La condizione del plebeo può e deve dunque mostrarsi serenamente e dignitosamente alla luce del sole, e il plebeo può e deve vivere nell’abbondanza, senza angustie, con nobiltà, diremmo, nel proprio stato, nello stile di vita che gli è proprio, senza sentire il bisogno di camuffarsi da borghese, ma mostrando, al contrario, a tutti quanta bellezza tangibile e quanto splendore morale sia capace di esprimere la vita di un plebeo riscattato dal Sangue di Cristo.
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In piena consonanza con quanto diciamo sta l’ammirevole tipo contemporaneo di mandriano del Pará della nostra illustrazione. Fisicamente, la sua condizione di plebeo ha fatto di lui un capolavoro di forza, salute ed equilibrio temperamentale. Abituato all’aria aperta e pura, all’esercizio tonificante, a una tavola sobria ma abbondante, al riposo ampio e autentico della campagna, egli domina gli spazi e gli innumerevoli armenti con l’agilità di un vero “tecnico”. Da ciò gli è venuto anche uno sviluppo equilibrato dei nervi e dell’anima, che si riflette nel portamento virile ed elegante, nell’espressione placida ma vivace del volto. Mandriano, lo è in tutto il suo essere. Ma con quanta pienezza possiede ed esprime la modesta e splendida dignità che vi è nell’essere un onesto e operoso mandriano delle vastità del Pará!
Quest’uomo ci guadagnerebbe a spogliarsi del suo magnifico cappellone, a impomatarsi i capelli con cosmetici, a sostituire i suoi abiti con un completo di stile borghese, comprato confezionato e a rate, a lasciare le vastità del Pará per un angolo di strada e una mescita, e a perdersi, agghindato, profumato, smagrito, nella folla operaia “borghesiforme” di qualche grande città?
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Oppure questo magnifico moro contemporaneo del Rif, che affronta con fierezza i venti del deserto, dignitoso, libero, altero nella sua povertà senza pretese, guadagnerebbe come uomo a rinchiudersi in qualche fabbrica moderna, per vivere nel falso lusso, snervante e pieno di miseria, dell’infelice plebe urbana dei nostri giorni?
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Ecco un principio al quale non si può in alcun modo rinunciare. In una civiltà cristiana devono esservi classi proporzionatamente diseguali. Il popolo, il “piccolo popolo di Dio”, come affettuosamente si diceva nel Medioevo, deve necessariamente esistere e costituire una classe che abbia il necessario per una vita familiare abbondante e stabile secondo il proprio stato; una classe consapevole della propria dignità, che trovi in un modo di vivere proprio e caratteristico onore e bellezza. La questione sociale non si risolverà finché la maggior parte dell’umanità proverà vergogna per la condizione di vita che le è propria; finché non rifiorirà un’arte popolare che faccia risplendere agli occhi di tutti la forte, bella e nobile dignità del vero plebeo; finché non saranno date all’operaio urbano e rurale condizioni materiali di vita che rendano possibile tutto ciò. Finché, soprattutto, la temperanza cristiana non espellerà dall’atmosfera contemporanea il veleno della Rivoluzione, e tutte le classi, invece di sognare una folle uguaglianza, non sapranno amarsi in Gesù Cristo, Nostro Signore, che volle nascere nobile e lavoratore manuale, Principe della Casa di Davide e figlio di falegname, per far circolare tra esse le correnti dell’amore e della carità cristiana.

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