N. 98 – Paganesimo cupo della massa, allegria cristiana del popolo

AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ

 

“Catolicismo”, Campos (Rio de Janeiro), Nº 94 – Febbraio 1959

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

I volti, nei loro particolari, variano quasi all’infinito; le espressioni fisionomiche no. Si direbbe che un solo desiderio, una sola preoccupazione, un solo stato d’animo domini questa moltitudine. «Domini» è, in questo caso, un’espressione insufficiente. Si tratta di un dominio tanto radicale, tanto schiavizzante, che queste anime sembrano vuote di qualsiasi altro ideale o sentimento. Se pure si può parlare di ideale o di sentimento, quando si analizzano anime simili. Al di fuori dell’istante in cui furono fotografati, come vivono questi uomini? In che cosa credono? Verso chi nutrono amicizia? Hanno una moglie? Giocano con i bambini in casa? Assistono un padre anziano, una madre malata? Amano la musica, o la lettura, o le passeggiate? Insomma, hanno nella vita qualcosa in cui si compiacciono? Pensano talvolta, almeno, che questa esistenza è transitoria, e che oltre la morte li attendono la giustizia e la misericordia di Dio?
Se qualcosa di tutto questo accade loro, sembra avvenire in modo del tutto fortuito, poiché non lascia su queste fisionomie alcuna traccia. Sono uomini d’acciaio, senza anima né cuore, tanto freddi, tanto impersonali, e meglio diremmo tanto inumani, quanto le macchine nelle quali lavorano e delle quali sono meri accessori. La loro condizione comune è quella di lavorare. Ma il lavoro che compiono è pagano, oppressivo, senza intervalli né sollievo. La loro preoccupazione è lavorare per vivere una vita nella quale tutto non è altro se non lavoro.
Schiavi? Sì. Proletari sovietici in un comizio… Il regno dell’odio e del demonio sulla terra.
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Chinon, Dipartimento dell’Indre-et-Loire, in Francia. Sfondo popolare e ameno. Case modeste, varie e pittoresche, quadro normale di un’esistenza affabile, intima e senza pretese. Esistenza parsimoniosa di lavoratori, certamente. Ma lavoratori cristiani, per i quali il lavoro non è se non una condizione per vivere, e il senso profondo della vita è il coltivare i valori dello spirito, in vista del Cielo.

La strada ha la solitudine dei piacevoli ozi domenicali. Un corteo nuziale le conferisce un’aria festosa, e per così dire la illumina interamente con le caste e serene gioie dell’ambiente familiare. In primo piano una persona, appoggiata a un bastone e indifferente al corteo, cammina con il passo difficile degli artritici. Si vede che lavora, certamente, e che durante tutta la sua vita ha lavorato. Ma è anzitutto una lavoratrice? È in qualche modo una schiava, un accessorio della macchina? No. Sembra essere prima di tutto una madre di famiglia, che vive nella casa e per la casa. Il lavoro segna la sua personalità e la nobilita, senza tuttavia dominarla né escludere da essa, o ridurre in secondo piano, valori infinitamente più alti.
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Due ambienti popolari, due forme di esistenza, due concezioni del lavoro. Da un lato, il tenore di vita calmo e dignitoso, l’ambiente modesto ma pieno di temperante gaiezza, la concezione battezzata e affabile del lavoro cristiano. Dall’altro lato, la vita oppressiva e stancante, l’ambiente saturo di egoismo e di odio, la concezione materialista, brutale e meccanica del lavoro pagano.

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