AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ
“Catolicismo”, Campos (Rio de Janeiro), Nº 91 – Luglio 1958
di Plinio Corrêa de Oliveira

“CATOLICISMO” pubblica abitualmente, in questa sezione, belle immagini. Perciò non mancherà chi rimarrà sbalordito dal materiale di oggi, tanto estraneo agli occhi moderni. Trovare testi al posto delle immagini è già una delusione per spiriti più avvezzi alle impressioni e alle “esperienze vissute” che al pensiero. Che questi testi contengano materia funeraria, è poi il colmo. Non tanto perché a un certo gusto moderno ripugnino i temi funebri: il successo della cronaca nera prova il contrario. Ma perché la morte, vista dal suo lato romanzesco, è fonte di emozioni e, a questo titolo, costituisce materia per una letteratura sensazionalistica. Vista invece con occhi cristiani, essa è fonte di riflessioni austere. Ed è proprio ciò che a molta gente non piace: pensare… e pensare austeramente.
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Eppure, poche occasioni rivelano, quanto la morte, il senso di una civiltà, con gli ambienti e i costumi che essa comporta.
Dall’atteggiamento dell’uomo di fronte alla morte si riconoscono i valori supremi secondo i quali egli ha modellato la propria vita. E una sociologia dei temi funebri è uno dei mezzi migliori per analizzare l’anima dei diversi popoli.
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Nel caso concreto, il Paese preso in esame è la gloriosa e cattolicissima Spagna. In un giornale madrileno abbiamo trovato alcune comunicazioni per anniversari di morte, accompagnate da richieste di preghiere. Leggendole, facevamo nello stesso tempo un parallelo tra esse e le consuetudini analoghe del Brasile. E un torrente di riflessioni ci veniva alla mente a proposito di questi testi. Cercheremo di comunicarle ai lettori.
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Lo spirito di famiglia si manifesta attraverso vari indizi. Esso mantiene vivo il legame tra le generazioni successive e, per questo, nel focolare domestico arde sempre la fiamma della tradizione. Tradizione modesta di onestà, lavoro e affetto nelle case umili. Tradizione di grandi imprese, di virtù insigni e di gloria nelle stirpi illustri. Nell’uno e nell’altro caso, una tradizione buona e legittima, patrimonio morale che grandi e piccoli possono lasciare ai loro discendenti, incomparabilmente più prezioso del patrimonio materiale.

Chi ama la famiglia ama dunque la tradizione e, perciò, non senza vivo compiacimento si leggono le lunghe enumerazioni di cognomi in questi annunci funebri. Ciascuno di essi evoca una delle antiche stirpi entrate nella delicatissima composizione delle influenze biologiche e ambientali che caratterizzano ogni famiglia. È come una commovente e fiera sfilata di antenati già morti, che costituiscono una lunga catena della quale anche i vivi sono anelli. E nella coscienza di questo legame la famiglia afferma la consapevolezza della propria continuità e della propria forza, più grande di quella della morte stessa.
Questo legame, così forte nei confronti degli antenati defunti, si estende anche ai vivi. I parenti — e non soltanto la moglie, i figli e i nipoti — prendono parte all’annuncio funebre e si associano ai suffragi. Il tronco familiare è abbastanza vigoroso da alimentare con la propria unità i rami più lontani.
E questa solidarietà attraversa gli anni. Il diciassettesimo anniversario della morte del Marchese di Santa Cruz o l’undicesimo della scomparsa di Doña Monserrat de la Vega vengono commemorati con una molteplicità di suffragi e di manifestazioni di dolore maggiore di quelle del primo anniversario di morte da noi. Segno che, in terre profondamente cristiane, non corrisponde a verità affermare che “les morts vont vite”.
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Oltre al senso della famiglia, bisogna notare in queste partecipazioni il loro tono solenne. I nomi sono riportati per esteso, così come i titoli nobiliari e le dignità statali. Il fatto è che la morte è terribilmente maestosa, e tutto ciò che le si avvicina partecipa della sua grandezza. Più ancora dell’innegabile grandezza e dell’ancor più innegabile piccolezza dell’uomo, essa ci lascia vedere l’infinita e tremenda grandezza di Dio. Nulla stona di più con la morte di un atteggiamento “coca-cola”! E tutta la pompa umana si addice bene a far sentire la gravità di questa “fine del mondo”, che per ogni uomo è il momento in cui lascia questa vita.
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Un tempo era più frequente, da noi, dire nei necrologi che il defunto era spirato cristianamente. Purtroppo il crescente laicismo e la mania di dare a tutto ciò che si pubblica e che non abbia carattere sportivo o sensuale una concisione telegrafica eliminano sempre più la menzione di questa circostanza. E che circostanza! In un giornale che registra le più piccole inezie relative a una partita di calcio, non c’è spazio per informare se questa o quella persona è morta nella pace del Signore.
