N. 74 – Ambienti, Costumi, Barbarie

AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ

 

“Catolicismo”, Campos (Rio de Janeiro), Nº 74 – Febbraio 1956

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Questo povero anziano sembra una reincarnazione di Giobbe nel momento più amaro delle sue prove. Un’estrema magrezza fa apparire, sotto la pelle maltrattata, rugosa, esangue, le linee generali dello scheletro. I muscoli del collo sono impotenti a mantenere eretta la testa, che perciò pende di lato. Le orecchie, a causa della magrezza, sporgono smisuratamente. Gli occhi ardono, quasi smarriti, nel fondo tragicamente oscuro delle orbite. Le mani non sostengono neppure il peso di una tazza.
Abbiamo parlato di Giobbe. Il paragone è inesatto. Il santo uomo fu flagellato dal demonio con gravi sciagure, ma queste non gli tolsero lo splendido vigore della mente, che, sotto ispirazione divina, scrisse sulla propria sofferenza pagine di una bellezza senza pari nella letteratura di tutti i tempi.
In questo sventurato infermo si ha l’impressione che la sofferenza abbia consumato quasi tutte le energie dell’anima, la cui vita sembra essersi concentrata soltanto nello sguardo. Uno sguardo terribile, estraneo a tutte le cose che lo circondano e fisso nel ricordo di fatti e ambienti danteschi, che sono come un incubo nel quale tutto il suo essere è ancora immerso. Uno sguardo mirabile, che conserva una candidezza e una dignità superiori a tutte le sventure.
Nel volto, soltanto un particolare suggerisce l’idea che forse si tratti di un uomo prematuramente consumato, giunto alla vecchiaia non per il corso del tempo, ma per un brutale logoramento: le sopracciglia sono rimaste nere…
Ancora nel 1952, quest’uomo era in piena attività. Le sue spalle portavano il peso dell’episcopato, così grande che, come scrisse san Girolamo, incuterebbe timore agli stessi Angeli. Il suo nome è mons. Alfonso Ferroni, O.F.M. La sua nazionalità, italiana.
La sua diocesi, Laohokow, in Cina, cadde sotto il potere dei comunisti, che lo sottoposero a ogni sorta di maltrattamenti. Egli rifiutò eroicamente di aderire al marxismo. E il risultato è qui davanti a noi. La ferocia dei seguaci di Chu En-Lai ha lasciato il proprio marchio su questo volto. Splendida espressione dei due valori in lotta: la virtù soprannaturale della Chiesa e l’infamia satanica del comunismo.

Lo stesso ambiente allucinante delle prigioni russe e cinesi, la stessa crudeltà frenetica e raffinatamente odiosa, inerente al comunismo, ebbe come vittima, ben lontano dalla Cina, un altro Prelato.
Le folle pronunciano il suo nome con venerazione. In questo pantano di amoralità, di immediatezza, di corruzione, di viltà che è il mondo moderno, egli è l’uomo retto, disinteressato, coerente e intrepido, che ha provato con il martirio l’autenticità del suo immenso distacco. Milioni di uomini, pensando a lui, si sentono onorati di essere uomini. E la sua intrepidezza – lo dice il Vicario di Cristo – suscita l’ammirazione degli Angeli di Dio (cfr. Lettera Apostolica del 29 giugno 1956, «Catolicismo», n. 70).
Nella nostra immagine, dopo la sua liberazione, il cardinale Mindszenty è nel Palazzo Arcivescovile di Buda, circondato dai suoi liberatori.
Il corpo, di costituzione vigorosa, sembra aver resistito bene alla dura prova. Il volto esprime mirabilmente la virilità e la penetrazione che resero famoso il Primate d’Ungheria. La vitalità, l’agilità, denotano l’immensa riserva di risorse che il campione della Fede può ancora mettere al servizio di Gesù Cristo.
Ma si consideri lo sguardo. Senza nulla, assolutamente nulla di senile, sembra evocare scene terribili, angosce indicibili, tormenti che, senza aiuti del tutto speciali della Provvidenza, annienterebbero qualsiasi uomo.
Si vede che anche il Cardinale fu immerso nell’oceano di dolori morali o fisici che è una prigione comunista.
Ambiente, costumi del comunismo. Non diciamo ambiente, costumi, civiltà, perché dovremmo dire: ambiente, costumi, barbarie.
Come avere difficoltà a comprendere, davanti a questi quadri, l’eventuale legittimità di una guerra preventiva, nei termini in cui vi si riferì il Santo Padre Pio XII nella sua ultima allocuzione di Natale?

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