N. 104 – La grandezza del Re dignifica il cuoco

AMBIENTI, COSTUMI, CIVILTÀ

 

“Catolicismo”, Campos (Rio de Janeiro), Nº 104 – Agosto 1959

 

di Plinio Corrêa de Oliveira

 

Veduta aerea del Castello di Windsor. La prima impressione è quella di uno scenario da fiaba. L’immensità dell’edificio, la meravigliosa varietà delle sue parti, la delicatezza e la forza che si affermano in tutte, tutto insomma suggerisce la sensazione di trovarsi davanti a qualcosa che supera di molto la realtà quotidiana. Questo edificio, questo fantastico complesso di edifici è al tempo stesso simbolo e scrigno di un’istituzione: la regalità britannica.
In questo simbolo — come in tanti altri dell’Inghilterra tradizionale — le apparenze non recano ancora il marchio del protestantesimo, del liberalismo e del socialismo. Ciò che si esprime in queste forme di granito è ancora il concetto medievale e cattolico dell’origine divina del potere pubblico, della vera maestà di cui esso deve circondarsi in qualunque regime politico e del carattere paterno che deve contraddistinguerlo.
Carattere paterno, diciamo. Questo castello non mira a esibire massa, ma talento; non fu costruito per intimidire, ma per incantare; il suddito che lo contempla non trema alla sua vista, non prova il desiderio di fuggire, ma di entrare.
E ciò per una ragione semplice: il Re è un padre che chiama affabilmente a sé i sudditi, e non un carnefice che incute paura.
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Le relazioni tra grandi e piccoli sono influenzate da questo ambiente. La nobiltà del signore si trasmette al suo servitore. E l’immensa cucina di Windsor, molto autenticamente cucina, è indiscutibilmente una cucina di castello alta, nobile e dignitosa, che comunica qualcosa della dignità regale all’umile attività servile e le conferisce uno splendore quasi regio.
Perché nella civiltà cristiana la grandezza del signore non umilia il servitore, ma lo eleva.

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