
Nota del nostro sito a questa recente (agosto 2026) traduzione italiana di questa Lettera pastorale, i cui grassetti pure sono nostri: Il prof. Roberto de Mattei scrisse nella sua opera “Il crociato del secolo XX: Plinio Corrêa de Oliveira” (con Prefazione di S. Em. Alfons Maria card. Stickler S.d.B., Piemme, 1996):
“Antonio de Castro Mayer nacque a Campinas, nello stato di San Paolo, il 20 giugno 1904. Si laureò in teologia alla Università Gregoriana di Roma (1924-1927) dove fu ordinato sacerdote il 30 ottobre 1927. Assistente Generale dell’Azione Cattolica di San Paolo (1940), poi vicario generale dell’Arcidiocesi (1942-1943), il 23 maggio 1948 fu consacrato vescovo e nominato coadiutore, con diritto di successione del vescovo di Campos. Governò come vescovo la diocesi di Campos fino al 1981. Mons. de Castro Mayer ruppe pubblicamente con Plinio Corrêa de Oliveira e con la TFP nel dicembre del 1982. Il fatto divenne presto pubblico (“Folha da tarde”, 10 aprile 1984; “Jornal do Brasil”, 20 agosto 1984) e va ricollegato al progressivo avvicinamento dell’ex-vescovo di Campos alle posizioni di mons. Marcel Lefebvre, culminato con la partecipazione dello stesso mons. de Castro Mayer, alle consacrazioni episcopali di Ecône del 30 giugno 1988, che lo fecero incorrere nella scomunica latae sententiae. Morì a Campos il 25 aprile 1991″ (cfr. op. cit., pag. 72-73, nota 47).
* * *
Dalla raccolta “Por um cristianismo autêntico” (Ed. Vera Cruz, São Paulo, 1971, pagg. 269-300):
Aspetti poco studiati della crisi religiosa contemporanea: eresie latenti e diffuse – il loro rapporto con le correnti paracomuniste, come l’estremismo di sinistra all’interno della Democrazia Cristiana.
Indice
Presentazione
In memoriam
I – Finalità del Concilio: rinnovamento, adattamento ed ecumenismo
Gerarchia dei fini. Primato del rinnovamento spirituale
Chiesa militante
Strategia attuale del nemico
L’adattamento e la crescita della Chiesa
Rinnovamento e crescita
Gli errori attuali. Il relativismo
II – Dogmi, precetti, costumi
Importanza dell’ambiente
L’eresia diffusa
Convergenza tra l’eresia diffusa e la mentalità dell’uomo contemporaneo
Neomodernismo
Il ruolo dei modernisti nell’eresia diffusa
Il ruolo dei mezzi di comunicazione sociale
III – «Salvo diritto particolare, si mantenga l’uso del latino nei riti latini»
Importanza della parte disciplinare
Il canto gregoriano
Il canto religioso popolare
Pietà e vita comunitaria
Socialismo nella Chiesa
Vita comunitaria e direzione spirituale
Culto dei santi, immagini e reliquie
Motivo del culto dei santi
IV – Punti di dottrina definiti
Ecumenismo
Norme di azione
Conclusione
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I sacerdoti della diocesi hanno espresso il desiderio di ricevere, per iscritto, un commento del Prelato diocesano sui documenti della quarta e ultima fase del Concilio Ecumenico Vaticano II. Si aspettavano che il Vescovo inviasse loro una Lettera pastorale al riguardo, come aveva fatto in occasione della presentazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia e del Decreto sugli strumenti di comunicazione sociale, promulgati nella seconda fase conciliare [1], e nell’illustrare, nell’Istruzione pastorale sulla Chiesa [2], la Costituzione dogmatica «Lumen Gentium», la cui discussione si era conclusa nella terza fase del grande Sinodo e che tratta il tema centrale di questo Concilio ecumenico.
Il fatto è che, in quest’ultimo periodo conciliare, sono stati promulgati ben undici documenti [3], ciascuno dei quali merita uno studio specifico, eppure tutti sintetizzati nella Costituzione «Lumen Gentium». Pertanto, da un lato, risulta quasi impossibile trattarli tutti in una Lettera Pastorale; dall’altro, i loro principi generali sono già stati esposti nell’Istruzione Pastorale sulla Chiesa.
Ciononostante, la conclusione del Concilio ci invita a riflettere sulla sua natura e finalità, poiché in tal modo sarà facile comprendere i Documenti promulgati, senza incorrere in interpretazioni errate e pericolose. Riteniamo che una simile riflessione sarà di grande utilità per la formazione cattolica e per l’efficacia di un apostolato volto a ravvivare la fede cristiana e a diffondere il Regno di Dio nel mondo, doveri che incombono a ogni fedele.
Invieremo quindi questa Nostra parola di orientamento ai Nostri carissimi Collaboratori e ai Nostri amati figli. Crediamo così di rispondere alla giusta aspettativa che ci è stata manifestata e di adempiere, inoltre, al Nostro grave dovere di Padre e Pastore delle pecore che il Vicario di Cristo si è degnato di affidare alla Nostra cura.
In memoriam
Prima, tuttavia, di entrare nel merito, rendiamo il sentito omaggio del Nostro rimpianto, poiché, anche questa volta al ritorno dal Concilio, la Divina Provvidenza ha ritenuto opportuno metterci alla prova con i Suoi misteriosi disegni. Non troviamo più tra noi il Nostro carissimo Padre Gabriel Wyn, dei Padri Redentoristi di Campos, al quale la nostra città e il nostro popolo devono, oltre alla magnifica chiesa di Nostra Signora del Perpetuo Soccorso e all’ampio spazioso convento annesso, anche la guida prudente nelle situazioni difficili e l’edificazione in ogni momento.
Anche l’assenza della Reverenda Suor Marta Falabella, delle Piccole Sorelle della Divina Provvidenza, e di Suor Teresa Maritano, direttrice del Ginnasio e della Scuola Normale Nostra Signora Ausiliatrice della nostra città, entrambe chiamate da Dio al premio eterno. Suor Marta ha in Cielo la ricompensa del suo zelo nascosto, dedicato all’opera catechistica nel quartiere del Turf, e Suor Teresa, oltre alla costruzione della cappella del collegio, che è diventata una delle chiese più grandi di Campos, porta nel suo bilancio finale la guida materna dispensata alle allieve delle Suore.
Se piangiamo la perdita di queste persone a noi sinceramente care, abbiamo la certezza che nell’Eternità non dimenticheranno questa terra e questa gente che hanno tanto amato.
– I –
Finalità del Concilio: rinnovamento, adattamento ed ecumenismo
Per comprendere il Concilio Ecumenico Vaticano II, occorre innanzitutto tenere presente il motivo per cui fu convocato dal Santo Padre Giovanni XXIII, di benedetta memoria, e portato avanti dall’attuale Papa, che regna gloriosamente, Paolo VI.
Secondo il pensiero di Giovanni XXIII, il Concilio non aveva lo scopo di definire alcun punto controverso della dottrina cattolica. La sua ragion d’essere era un’altra. La sua missione era quella di promuovere un rinnovato fervore nella vita cristiana, attraverso un’adesione più piena e più intensa alla verità rivelata, splendidamente esposta, soprattutto dai Concili di Trento e del Vaticano I. In secondo luogo, il Concilio avrebbe dovuto adoperarsi affinché tale dottrina, senza la minima alterazione, fosse studiata e spiegata secondo le esigenze dei nostri tempi. Come frutto dello sforzo conciliare, il Papa sperava di promuovere quell’unità voluta da Dio Nostro Signore, che desidera la salvezza di tutti gli uomini, attraverso l’adesione alla verità rivelata.
Già nella sua prima Enciclica, Giovanni XXIII parla dello scopo e delle speranze del Concilio. Si esprime, tuttavia, come del resto era prevedibile, in modo più esplicito nell’Allocuzione con cui inaugurò il grande Sinodo l’11 ottobre 1962. Ecco il passaggio della sua preghiera che si riferisce più direttamente allo scopo del Concilio: « 4. Ma il nostro lavoro non consiste neppure, come scopo primario, nel discutere alcuni dei principali temi della dottrina ecclesiastica, e così richiamare più dettagliatamente quello che i Padri e i teologi antichi e moderni hanno insegnato e che ovviamente supponiamo non essere da voi ignorato, ma impresso nelle vostre menti. […]. 5. Per intavolare soltanto simili discussioni non era necessario indire un Concilio Ecumenico. Al presente bisogna invece che in questi nostri tempi l’intero insegnamento cristiano sia sottoposto da tutti a nuovo esame, con animo sereno e pacato, senza nulla togliervi, in quella maniera accurata di pensare e di formulare le parole che risalta soprattutto negli atti dei Concili di Trento e Vaticano I; occorre che la stessa dottrina sia esaminata più largamente e più a fondo e gli animi ne siano più pienamente imbevuti e informati, come auspicano ardentemente tutti i sinceri fautori della verità cristiana, cattolica, apostolica; occorre che questa dottrina certa ed immutabile, alla quale si deve prestare un assenso fedele, sia approfondita ed esposta secondo quanto è richiesto dai nostri tempi. […]. 8. 1. (…) Senza l’aiuto dell’intera dottrina rivelata gli uomini non possono pervenire ad una assoluta e saldissima unità degli animi, cui sono collegate la vera pace e l’eterna salvezza» (AAS 54, pp. 791-793).
Infine, la Costituzione sulla Liturgia, primo documento conciliare promulgato, nel suo paragrafo iniziale ricorda il duplice obiettivo del Sacro Sinodo: l’animazione della vita cristiana tra i fedeli; un migliore adattamento alle esigenze del nostro tempo delle istituzioni suscettibili di cambiamento; la promozione di tutto ciò che possa contribuire all’unione di tutti i cristiani; il rafforzamento di tutto ciò che possa condurre tutti gli uomini nel seno della Chiesa (cfr. AAS 56, p. 97).
Gerarchia dei fini. Primato del rinnovamento spirituale
Tra i fini proposti al Concilio Ecumenico Vaticano II esiste una gerarchia. Giovanni XXIII lo enunciò chiaramente fin dalla sua prima Enciclica, «Ad Petri Cathedram» (AAS 51, p. 511). Il fine primordiale, base e fondamento di tutti gli altri, è il rinnovamento intimo del fedele, secondo lo spirito e l’esempio di Gesù Cristo. Infatti, qualsiasi adattamento della Chiesa ai tempi moderni può essere concepito, e realizzato con successo, solo se scaturisce da un rinnovamento spirituale, secondo i modelli stabiliti dal Divino Maestro. Qualsiasi altro adattamento non porterà il sigillo dell’autenticità cristiana.
Paolo VI poté quindi dichiarare che il rinnovamento della vita individuale, familiare e sociale costituiva l’«unico scopo del Concilio» (Motu proprio «Mirificus Eventus» – ed. Typ. Vat., 1965, p. 3); e tale rinnovamento, egli la intende come un cambiamento intimo, mediante la virtù della penitenza, la frequenza dei Sacramenti, l’esercizio delle altre virtù cristiane, grazie all’influenza soprannaturale attinta dal Sacrificio e dalla Mensa eucaristica, alla ferma volontà di imitare Gesù Cristo crocifisso e allo zelo per l’espansione del Regno di Dio (ib., pp. 4-5).
Chiesa militante
Ciononostante, l’obiettivo principale del Concilio, e fondamento di ogni autentico adattamento, viene progressivamente relegato nell’oblio. Si pone maggiormente l’accento sull’«aggiornamento», l’adattamento ai tempi attuali, e sull’ecumenismo, l’impegno per l’unione di tutti coloro che si gloriavano del nome cristiano.
In questo fenomeno, percepiamo la presenza del nemico di Gesù Cristo, della Chiesa, delle anime: il diavolo che va in giro in cerca di chi divorare (cfr. 1 Pt 5, 8) e percorre il mondo per perdere le anime (cfr. la preghiera a San Michele ordinata da Leone XIII da recitare dopo le Messe).
L’azione del principe di questo mondo (cfr. Gv 14, 30), carissimi figli, non pensiamo che si sia ritirato di fronte alla realizzazione del Concilio Ecumenico. Anzi, al contrario. Vedendo la Chiesa che si riorganizza e si lancia nella lotta, con maggiore ardore, per realizzare la volontà del suo Divino Fondatore, egli rinvigorisce a sua volta le sue schiere, diventa più perspicace, più astuto, e raddoppia i suoi stratagemmi per impedire il trionfo di Colui che è venuto sulla terra per sconfiggerlo (cfr. Gv 16, 33).
Purtroppo, uno dei grandi pericoli che minacciano la salvezza delle anime e la pace nel mondo è l’indebolimento della fede nell’esistenza del diavolo, o la negazione, pura e semplice, dell’esistenza degli angeli malvagi. Possiamo considerare una grande vittoria di Lucifero il fatto di essere riuscito a farsi ignorare dalla società odierna: i fedeli per tiepidezza e attaccamento alle comodità della vita, gli altri perché si lasciano trascinare da una concezione materialista dell’esistenza. In tali condizioni, il nemico del genere umano gode di una libertà d’azione sconosciuta nei tempi passati, caratterizzati da una fede viva e ardente. Non a caso, Giovanni XXIII, tra gli articoli del Sinodo Romano, ne ha inserito uno (art. 237) che raccomanda ai fedeli di tenere presente che il diavolo, principe di questo mondo, agisce continuamente per perdere le anime e per ostacolare l’espansione del Regno di Gesù Cristo, poiché non può impedirlo del tutto.
L’attuale strategia del nemico
Siamo quindi impegnati in una lotta impari che, con la realizzazione del Concilio Vaticano II, è diventata ancora più ardua. Infatti, in questa battaglia, per vincere, è necessario non perdere di vista gli stratagemmi con cui agisce il nemico. Come le quinte colonne, è dall’interno che egli cerca di minare la resistenza della Chiesa. Nel caso attuale, cerca di promuovere ampiamente il programma tracciato dal Concilio, svuotandolo però di contenuto. È ciò che fa, esaltando un adattamento dei fedeli ai tempi presenti, slegato dalla sua base imprescindibile, ovvero il rinnovamento interno della vita cristiana, e adoperandosi affinché la Chiesa si adegui interamente al modo di pensare e di essere del mondo di oggi.
L’ammonimento proviene dal Santo Padre che regna gloriosamente. Infatti, Paolo VI, nel discorso del 18 novembre dello scorso anno, pronunciato in una sessione pubblica del Concilio, ha osservato che l’adattamento ai nostri tempi, tanto auspicato da Giovanni XXIII e obiettivo conciliare, viene interpretato in un senso che comporterebbe la negazione dell’opera di Gesù Cristo. Ecco le sue parole: « È questo il periodo del vero «aggiornamento», preconizzato dal Nostro predecessore di venerata memoria Giovanni XXIII, il Quale a questa programmatica parola non voleva certamente attribuire il significato che qualcuno tenta di darle, quasi essa consenta di «relativizzare» secondo lo spirito del mondo ogni cosa nella Chiesa, dogmi, leggi, strutture, tradizioni, mentre fu così vivo e fermo in lui il senso della stabilità dottrinale e strutturale della Chiesa da farne cardine del suo pensiero e della sua opera» («Osservatore Romano», edizione del 19 novembre 1965, p. 1, col. 7).
Il brano citato mostra come il Papa sia preoccupato per lo svuotamento dell’obiettivo conciliare. E notiamo, carissimi figli, che il Santo Padre non parla della possibilità di una falsa comprensione del tanto agognato «aggiornamento»; ma richiama l’attenzione sull’esistenza di una falsa interpretazione del Concilio, come se la Chiesa avesse rinunciato all’immutabilità della sua dottrina, della sua struttura fondamentale, del valore salvifico delle sue tradizioni, per gettarsi nel mare agitato dell’evoluzione che fa perdere la testa agli uomini di oggi e li induce a credere che nulla, assolutamente nulla, di perenne ed eterno si imponga allo spirito umano.
L’adattamento e la crescita della Chiesa
L’adattamento ai nostri tempi indica certamente una novità nel modo di agire della Chiesa, una crescita del Corpo Mistico di Cristo; non, tuttavia, una rinuncia al passato, né un cambiamento radicale. La Chiesa, infatti, è un organismo vivente, la cui anima è lo Spirito Santo. Essa cresce come ogni organismo vivente. Ma non cambia. È come l’essere animato, che si arricchisce con il passare degli anni perché la sua natura si dispiega in nuove manifestazioni di vita, conservando però sempre la stessa natura, la stessa essenza. Così, la dottrina e i precetti affidati da Gesù Cristo alla Chiesa e, come loro conseguenza, la parte fondamentale del suo modo di essere, tramandata nelle sue tradizioni. La dottrina, i precetti, le tradizioni e gli usi possono, nel corso del tempo, presentare aspetti prima sconosciuti. Tali aspetti, tuttavia, non possono, nemmeno implicitamente, negare la dottrina o contraddire la morale che costituiscono il Deposito sacro affidato alla custodia vigile e infallibile della Chiesa. Ma c’è di più. Ritenere che possa esistere una dottrina moderna, cattolicamente autentica, che non scaturisca dalla tradizione, come i rami nascono dal tronco, significa avere una concezione errata della Chiesa e ridurre la grandezza dei misteri di Dio alle miserie delle fluttuazioni umane.
La dottrina della crescita organica della Chiesa fa parte della tradizione cattolica. Essa dottrina fu esposta in modo ammirevole da San Vincenzo di Lerino, nel V secolo, nel suo «Commonitorium» (n. 28), e l’espressione del Lerinese è diventata classica. Ripetuta in tutti i trattati sulla Chiesa, fu consacrata nel Concilio Ecumenico Vaticano I (ses. III, cap. 4). Paolo VI, come non poteva essere in modo diverso, rimane fedele alla stessa tradizione. Si potrebbe addirittura dire che l’attuale Pontefice si mostri molto preoccupato che essa si conservi intatta nel mondo travagliato di oggi. Il Papa del dialogo con ogni sorta di persone, per portare tutti a Cristo (cfr. 1 Cor 9, 19), teme che un simile atteggiamento apostolico possa essere frainteso. Così, nella sua prima Enciclica «Ecclesiam Suam», specialmente nella seconda parte, che tratta del rinnovamento della Chiesa, egli ritorna più volte su questo punto: l’adattamento della Chiesa al mondo di oggi deve avvenire non per un adeguamento al modo di essere, di agire e di pensare odierno, ma attraverso una maggiore fedeltà all’austerità cristiana, predicata da Gesù Cristo. Solo la fedele imitazione del Divin Salvatore potrà rendere il cristiano capace di assimilare ciò che di buono si può trovare nel mondo attuale (cfr. AAS 56, p. 626 ss.).
La stessa preoccupazione di coniugare l’adattamento della Chiesa al mondo odierno con il rinnovamento interiore, attraverso l’assimilazione degli esempi di Gesù Cristo, è stata espressa da Paolo VI nell’allocuzione del 18 novembre sopra citata. In essa il Papa spiega come intende l’«aggiornamento»: «Noi pensiamo – così il Santo Padre – che su questa linea debba svilupparsi la psicologia nuova della Chiesa: Clero e fedeli troveranno un magnifico lavoro spirituale da svolgere per il rinnovamento della vita e dell’azione secondo Cristo Signore; ed a questo lavoro Noi invitiamo i Nostri Fratelli ed i Nostri Figli: coloro che amano Cristo e la Chiesa siano con noi nel professare più chiaramente il senso della verità, proprio della tradizione dottrinale che Cristo e gli Apostoli inaugurarono; e con esso il senso della disciplina ecclesiastica e dell’unione profonda e cordiale, che tutti ci fa fidenti e solidali, come membra d’un medesimo corpo» («Oss. Rom.», cit., p. 2, col. 1).
Rinnovamento e crescita
Al profondo rinnovamento della vita cristiana si unisce fruttuosamente lo sforzo di assimilare, nella tradizione cattolica, ciò che di buono vi è nel modo di essere dell’uomo di oggi. Fu così che, assimilando ciò che era possibile integrare nella vita cristiana, che la Chiesa ha agito nell’evangelizzare i popoli barbari e, più recentemente, le nazioni ancora pagane. È così che essa mostra la sua inesauribile vitalità, la sua crescita, la sua capacità di purificare e animare la società nel cui seno si trova.
Una missione che non è facile, poiché la Chiesa è travolta, «come le onde d’un mare», dalle continue trasformazioni che influenzano i pensieri e l’intimo delle anime, e le creano una minaccia capace di mettere in pericolo la solidità della sua stessa struttura (cfr. Enc. «Ecclesiam Suam» – AAS 56, p. 618). Questi stessi fatti inducono molte persone ad abbracciare opinioni delle più singolari, come se la Chiesa dovesse abbandonare la propria missione e adottare modi di vita del tutto nuovi e inaspettati (cfr. loc. cit.). Il fedele deve quindi proteggersi da una simile tentazione, impegnandosi quotidianamente per una fedeltà sempre maggiore alla dottrina, allo spirito e agli esempi del Divino Salvatore, mantenendo viva nel cuore l’esortazione di San Paolo: «Non conformatevi a questo mondo, ma siate trasformati mediante il rinnovamento della vostra mente, affinché possiate discernere qual è la volontà di Dio, ciò che è buono, ciò che gli è gradito e ciò che è perfetto» (Rm 12, 21).
Non illudiamoci. Sono i santi a riformare il mondo. Condizione indispensabile per qualsiasi autentico adattamento cattolico è il rinnovamento, la riforma della vita, secondo il Divino Crocifisso. Noi predichiamo, diceva san Paolo, «Gesù Cristo crocifisso, per gli eletti, siano essi giudei o greci [cioè, di qualsiasi nazione o categoria sociale], potenza e sapienza di Dio» (1 Cor 1, 23-24). Per l’individuo, come per la società.
Avete quindi, carissimi figli, nell’ordine pratico delle cose, la via da seguire per rendervi idonei al raggiungimento degli scopi prefissati dal Concilio Vaticano II. Si tratta di un’impresa ardua, come potete vedere dalle ammonizioni del Santo Padre e dell’Apostolo, che abbiamo ricordato sopra. Del resto, già il Divino Maestro ci mette in guardia contro le illusioni di una salvezza facile, affermando che «la via della vita è angusta» e che «la sua porta è stretta» e «pochi vi entrano» (Mt 7, 14).
Il Decreto «Apostolicam Actuositatem», sull’apostolato dei laici, promulgato durante il Concilio, afferma che « Siccome in questo nostro tempo nascono nuove questioni e si diffondono gravissimi errori che cercano di abbattere dalle fondamenta la religione, l’ordine morale e la stessa società umana: «hac nostra aetate (…) gravissimi grassantur errores qui religionem, ordinem moralem et ipsam societatem humanam evertere nituntur» (cap. II, n. 6, ad finem).
Gli errori attuali. Il relativismo
Quali sono questi gravissimi errori?
Il Santo Padre, nell’allocuzione del 18 novembre, ha parlato di «relativismo». Già nell’Enciclica «Ecclesiam Suam» aveva sottolineato lo stesso pericolo a cui erano esposti i fedeli nel mondo attuale.
Possiamo dire che il relativismo è una delle caratteristiche del modo di pensare dell’uomo moderno, al punto da costituire una vera e propria tentazione per i cattolici impegnati nell’apostolato nella società odierna.
Infatti, uno dei dogmi della scienza e della filosofia dominanti è l’evoluzione. Tutto procede in avanti, senza una meta precisa, tuttavia, e senza continuità con il passato; anzi, compiendo nuovi passi sulle rovine di ciò che è venuto prima. Come afferma il Papa, nulla è considerato immutabile e permanente.
– II –
Dogmi, precetti, costumi
Gli oggetti presi di mira dall’impeto distruttivo del relativismo sono, secondo le parole del Santo Padre, i dogmi, le leggi e le tradizioni cattoliche. In questa enumerazione possiamo vedere l’indicazione dei gradi successivi di azione corrosiva a cui la filosofia moderna sottopone l’edificio secolare della Chiesa di Cristo.
La Chiesa, infatti, è un tutto, uno e organico, la cui vita dipende interamente dalle verità della Fede. Sono i dogmi a fondare la morale, a costituire la ragion d’essere delle leggi e dei precetti. Questi ultimi, sempre nella stessa linea di coerenza, danno origine ad abitudini, costumi e tradizioni.
Pertanto, l’intera struttura della formazione cattolica comprende tre elementi: la fede, ovvero le verità rivelate, docilmente accettate; i precetti imposti da tali verità, seriamente praticati; e i costumi, il modo di essere e di agire che deriva da tali precetti.
Il Divino Maestro ha illustrato questa dottrina, paragonando il fedele all’uomo che ha costruito sulla roccia. La sua casa ha resistito ai venti e alle tempeste perché era fondata sulla parola di Dio vissuta nella vita quotidiana: «Chi ascolta le mie parole e le mette in pratica è simile a un uomo prudente che ha costruito la sua casa sulla roccia. È caduta la pioggia, sono venute le inondazioni, hanno soffiato i venti e si sono abbattuti su quella casa; essa, tuttavia, non è crollata, perché era costruita sulla roccia» (Mt 7, 24-25). Al contrario, l’uomo che abbandona i principi, le idee, le verità della fede, è in balia delle passioni che, come sabbie mobili, causano la rovina dell’edificio su di esse costruito: «Ma chi ascolta le mie parole e non le mette in pratica è simile a un uomo stolto che ha costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia, vennero le inondazioni, soffiarono i venti e si abbatterono su quella casa, ed essa crollò e grande fu la sua rovina» (Mt 7, 26-27).
I dogmi sono il fondamento della vita cristiana. Una volta svuotato il loro contenuto dal relativismo della filosofia moderna, la morale si disarticola. In assenza di solidità nei principi, le norme di comportamento rimangono soggette ai capricci delle passioni. E queste creano l’ambiente a loro immagine e somiglianza.
L’importanza dell’ambiente
Poiché esiste un nesso logico tra gli elementi costitutivi della mentalità cattolica, attraverso uno di essi è possibile conoscere gli altri. Così, la fede nella Provvidenza genera il distacco dai beni terreni; il modo in cui un fedele si presenta manifesta l’intima convinzione della propria dignità di figlio di Dio; la maggiore o minore acquiescenza agli usi e costumi sensuali della società odierna denota il grado di apprezzamento che la persona nutre per la santa virtù; così come l’adeguarsi, senza motivo e senza resistenza, alle mode è segno di mancanza di convinzioni, di mancanza di personalità.
Nell’insieme degli elementi costitutivi della formazione cattolica, non c’è dubbio che il dogma abbia la precedenza. Sul piano pratico, tuttavia, specialmente nell’apostolato, il modo di essere, di presentarsi, di agire riveste un’importanza singolare.
La Scrittura ci dice che «dall’aspetto si riconosce un uomo, e dal volto si riconosce un saggio. Le vesti del corpo, il sorriso dei denti, e il modo di camminare dell’uomo fanno conoscere quel che egli è» (Sir 19, 26-27) [4]. Se è dalle vesti, dal sorriso, dall’andatura che si riconosce l’uomo saggio, è altrettanto attraverso il suo modo di essere che egli irradierà intorno a sé un’atmosfera di saggezza. Il modo abituale di essere costituisce l’elemento più efficace per far trionfare un’idea, per farla permeare una società, senza che questa se ne accorga.
Sono queste abitudini, insieme ad altre piccole cose, a creare l’ambiente propizio per far germogliare il seme di una dottrina. Molti anni fa, a San Paolo si tenne una mostra d’arte moderna che rappresentò un successo straordinario per i suoi promotori, grazie al numero di visitatori e alle vendite registrate. All’epoca, un commentatore sottolineò che la mostra aveva avuto un successo sociale ben maggiore di quello commerciale. Infatti, molte persone di tradizione portarono a casa quadri di pittori moderni. Non, ovviamente, per gettarli in cantina. Ma per esporli. Dove? In un salotto già adornato dal ritratto a olio di qualche antenato, con la nobiltà e l’austerità degli antichi. Dopo un po’ di tempo, la padrona di casa si renderà conto dell’impossibilità di tenere insieme due dipinti così discordanti. E… l’antenato andrà in pensione in cantina. La sala, così, avrà cambiato atmosfera. Comincerà a consentire ciò che prima la muta censura dell’antica austerità, irradiata dal ritratto del vecchio capofamiglia, rendeva inammissibile [5].
Nessuno negherà il valore di questa conclusione. Sono le piccole cose a creare gli ambienti. Non solo quelle inanimate, come nell’esempio sopra citato, ma soprattutto il modo di essere delle persone che o si adeguano all’ambiente in cui vivono, o contribuiscono a formarne uno nuovo. L’antica saggezza riassumeva questo mondo di imponderabili nel famoso adagio: «Verba volant, exempla trahunt».
L’eresia diffusa
È superfluo osservare che il «principe di questo mondo» ne è perfettamente consapevole, e possiamo anticipare che è attraverso gli ambienti che egli esercita il suo dominio sul proprio principato, specialmente al giorno d’oggi.
Infatti, il tempo delle eresie palesi è ormai passato. Esse hanno causato il male che il seminatore di zizzania desiderava provocare: hanno diviso il campo del Padre di famiglia. Ora si tratta di infettare la parte sana. È necessario agire con astuzia. Non ostentare l’orrore del proprio volto, ma dissimularlo, in modo che non venga percepito fin da subito. È ciò che egli ottiene per mezzo dell’eresia diffusa, che senza concretizzarsi in proposizioni esplicite è sottesa e operante nel modo di essere della gente comune di oggi e, attraverso la società, si infiltra negli ambienti cattolici.
È evidente che l’eresia diffusa, che permea l’ambiente moderno, rende ancora più ardua e quasi neutralizza l’azione della Chiesa. Proprio perché diffusa, è difficile definirla con contorni ben precisi che consentano di scagliare contro di essa l’argomento chiaro che convince l’intelletto e spinge la volontà a detestarla. E oggi, un pacifismo generalizzato, in cui si riscontra un’avversione non solo nei confronti delle guerre sanguinose, ma anche di qualsiasi divergenza più acuta, favorisce, su larga scala, la diffusione dell’eresia diffusa, che costituisce attualmente il principale ostacolo all’instaurazione del Regno di Gesù Cristo nella società. Riteniamo di non sbagliare nel vedere un’allusione all’eresia diffusa nel brano dell’Enciclica «Ecclesiam Suam», in cui il Papa descrive la Chiesa avvolta come da onde del mare che ne mettono in pericolo le strutture stesse e inducono molte persone a pensare che essa debba abbandonare la propria missione per adeguarsi a modi di essere bizzarri, del tutto inaspettati (cfr. AAS, 56, pp. 617-618).
Convergenza tra l’eresia diffusa e la mentalità dell’uomo di oggi
L’esistenza dell’eresia diffusa e la sua concordanza con la mentalità dell’uomo di oggi sono attestate da teologi delle correnti più diverse e, proprio per questo, indipendenti gli uni dagli altri.
Così, il bollettino della «Fraternité de la Très Sainte Vierge», pubblicato ad Atene, in Grecia, nel suo numero di settembre del 1962, ci parla dell’«ampia ondata di ERESIA DIFFUSA nella Chiesa», che sarebbe «aumentata notevolmente negli ultimi anni», come frutto di un desiderio disordinato di «infiniti adattamenti del linguaggio e dei concetti ai criteri naturalistici e storici, alla relatività fondamentale della filosofia profana», il che ha portato alla formazione di una mentalità errata che, «senza attaccare DIRETTAMENTE LE FORMULE DOGMATICHE, tende a trasformare il mistero dell’Incarnazione e della Chiesa, e a deviare la speranza dall’Eternità verso la storia» (cfr. «Sanctifier», ottobre 1965, pp. 6-7 – il GRASSETTO è nostro). Più avanti lo stesso bollettino prosegue: «Questa alleanza nell’errore, che emerge in tutti i campi, dimostra che non si tratta di una questione di idee, ma di un impulso di liberazione, di rottura delle catene, di un desiderio di libertà profana e di un desiderio di riconciliazione, a qualsiasi prezzo, con la natura corrotta, ma senza la croce; è stato questo impulso di rivolta che ha permesso l’invasione generale dell’evoluzionismo e del relativismo, che finiscono per introdurre nella Chiesa una sorta di fenomenologia cristiana» (ib., p. 7).
Gli stessi concetti, la stessa constatazione dell’eresia latente e di una concordanza tra questa sorta di eresia e le aspirazioni dell’uomo moderno, li ritroveremo espressi in modo più esplicito in un teologo riconosciuto come appartenente agli ambienti progressisti. Karl Rahner, gesuita tedesco, nella sua opera «Was ist Haeresie», descrive così la situazione della Chiesa di fronte al mondo moderno: «… L’uomo di oggi vive in uno spazio esistenziale (…) determinato da atteggiamenti, dottrine, tendenze che devono essere qualificate come eretiche, in contrasto con la dottrina evangelica. Non è necessario che tutta questa massa eretica, dalla quale è influenzato lo spazio esistenziale di ogni uomo, giunga necessariamente a concretizzarsi in proposizioni teoriche. Una simile cripto-eresia è viva anche all’interno della Chiesa (…). Questo tipo di eresia (che non ha bisogno, per esistere, di essere tematicamente esplicita) può trovarsi in tutti i membri, persino nei rappresentanti della direzione gerarchica». Con queste parole Rahner intende dire che il veleno dell’eresia latente è così sottile da potersi infiltrare persino nei membri della gerarchia ecclesiastica. Il teologo gesuita prosegue: «Il carattere implicito dell’eresia latente tra gli stessi membri della Chiesa trova uno strano alleato nell’uomo di oggi» [6].
Neomodernismo
Considerazioni analoghe hanno portato il teologo svizzero, Cardinale della Santa Chiesa, Charles Journet a scrivere nel 1965 che «la crisi attuale è certamente più grave di quella del «modernismo». Non sarebbe lontano dalla verità chi affermasse che la crisi attuale, in sostanza, non differisce dalla crisi modernista, poiché è lo stesso relativismo modernista che è diventato più incisivo, che è penetrato più profondamente negli animi di oggi. «Un giorno, aggiunge lo stesso Eminentissimo Cardinale, i fedeli si risveglieranno e prenderanno coscienza di essere stati intossicati dallo spirito del mondo» (in «Sanctifier», ottobre 1965, p. 6).
Il ruolo dei modernisti nell’eresia diffusa
Potreste chiedervi, carissimi figli, come si sia venuta a creare una simile situazione per la Chiesa nella società moderna.
San Pio X, nel Motu proprio «Sacrorum Antistitum», del 1° settembre 1910, dichiara che, anche dopo la condanna, i modernisti continuarono a raggrupparsi e a radunare seguaci in società segrete (cfr. AAS 2, p. 655). La fine del pontificato del grande Santo e la Prima guerra mondiale impedirono un’azione più efficace contro la diffusione dello spirito modernista e contro i suoi corifei. I modernisti poterono così, avvalendosi delle loro associazioni segrete, minare la struttura della società e infiltrarsi negli ambienti ecclesiastici, per creare lì l’ambiente favorevole a un’eresia diffusa.
Del resto, l’idea di un’eresia latente appartiene a pieno titolo proprio a loro. Furono loro, secondo la testimonianza di San Pio X, a introdurre il sistema delle mezze verità, disseminando i propri errori come elementi scollegati tra loro, mentre nascondevano ipocritamente il proprio pensiero sistematico e coerente, affermato in una concezione della Religione, della fede, del dogma e della Chiesa, diametralmente opposta al deposito della Rivelazione e fondata sullo stesso relativismo oggi condannato dal Magistero ecclesiastico.
Il ruolo dei mezzi di comunicazione sociale
Nulla, quindi, impedisce di attribuire ai modernisti la colpa dell’attuale crisi in materia religiosa. Né contraddice tale supposizione il fatto che Paolo VI abbia ritenuto i mezzi di comunicazione sociale responsabili della diffusione dell’aria pestilenziale dell’eresia nella società e negli ambienti ecclesiastici. Infatti, l’attuale Pontefice, in una Lettera indirizzata al Maestro Generale dei Domenicani, il 30 giugno dello scorso anno, dichiarava: «Ai nostri giorni un modo di pensare e di agire secolarizzato e frivolo, diffuso ovunque dai vari mezzi di comunicazione sociale, cerca di penetrare persino all’interno dei conventi» (cfr. «Itinéraires», n. 99, p. 91).
Nella nostra Istruzione Pastorale sulla Chiesa, del 2 marzo 1965, abbiamo mostrato come la stampa, nel seguire lo svolgimento del Concilio Ecumenico, abbia servito molto bene i disegni del modernismo, cercando di indebolire nel cuore dei fedeli l’amore e la fiducia nei confronti dell’autorità e dello zelo del Romano Pontefice (cfr. doc. cit., cap. VI).
È questa disobbedienza, «malattia particolarissima della nostra epoca» (Paolo VI, Lettera citata), una caratteristica dei modernisti – popolo dalla testa dura (cfr. Es 32, 9) – che perpetua sulla terra l’orgoglio della prima disobbedienza, induce l’uomo a confidare in sé stesso, gli fa dimenticare il peccato originale, lo immerge nel naturalismo e gli predispone lo spirito ad accogliere ogni eresia [7].
– III –
Nella nostra Istruzione Pastorale sulla Chiesa abbiamo evidenziato l’infiltrazione dello spirito modernista nella ribellione manifesta contro la struttura monarchica della Chiesa [8], nella lotta contro le devozioni particolari, specialmente il Rosario della Beata Vergine Maria.
È ora nostro dovere sottolineare come, nell’applicazione dei Documenti conciliari, non di rado si cerchi di dare a tali Documenti un’interpretazione che urti il sentimento religioso tradizionale del fedele, lasciando aleggiare nella sua mente, in modo un po’ confuso, l’idea che la Chiesa non goda di quell’infallibilità che per lui è sempre stata un fondamento sicuro della sua fede.
«Salvo diritto particolare, si mantenga l’uso del latino nei riti latini»
Si osservi, ad esempio, ciò che accade in molti luoghi con l’applicazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia per quanto riguarda il latino.
Nella Chiesa occidentale e in quelle da essa fondate, il latino è sempre stato considerato dai fedeli come la lingua della Chiesa. Essi vedevano nel latino l’involucro sacro di un mistero sacro. Nel latino ammiravano l’unità della Chiesa che riuniva nella stessa lingua popoli tra loro distanti per usanze, costumi e lingue. Tenendo conto di tutte queste ragioni, e ad altre ancora esposte nelle Congregazioni generali del Concilio, la Costituzione sulla Sacra Liturgia ha disposto che si conservasse l’uso del latino nei riti liturgici della Chiesa latina: « L’uso della lingua latina, salvo diritti particolari, sia conservato nei riti latini» (Cost. «de Sacra Liturgia», 36, § 1). Tenendo tuttavia conto dell’eventuale beneficio dei fedeli, ha consentito l’uso della lingua vernacolare in varie parti dei riti sacri, specialmente nelle letture, nelle esortazioni, in alcune preghiere e nei canti (Cost. «de S. Lit.», 36, § 2). Ciò vale anche per il Santissimo Sacrificio della Messa. Il Concilio prescrive tuttavia che si provveda affinché il fedele possa recitare o cantare anche in latino le parti dell’Ordinario della Messa che gli competono (Cost. «de S. Lit.», 54).
Alla luce di quanto esposto, sarebbe normale un impegno affinché i fedeli si abituassero al latino e, ora, a più di due anni dalla promulgazione della Costituzione sulla Sacra Liturgia, dovrebbe essere comune vederli in molti luoghi già abituati a seguire la Messa in latino. E cosa vediamo?
La disposizione generale della Costituzione, che dichiara che l’uso della lingua latina deve essere conservato nei riti della Chiesa latina, avrebbe normalmente come conseguenza che, senza un motivo ragionevole, non si ricorresse alla lingua vernacolare e, d’altra parte, si favorisse il più possibile la conoscenza del testo latino dei libri liturgici da parte del popolo. Ciò che notiamo, in molti luoghi, è una campagna volta a far dimenticare il latino. Presto i fedeli non avranno più la possibilità di procurarsi facilmente il testo latino dei riti sacri della Chiesa latina. Infatti, si sta sempre più diffondendo l’usanza di mettere loro a disposizione solo il testo in lingua vernacolare.
Si verifica, quindi, l’opposto di quanto prescrive la Costituzione. Secondo il Documento conciliare, si dovrebbe facilitare l’uso del latino, poiché è la lingua ufficiale del rito latino. In realtà, nell’applicazione di tale Costituzione, si ostacola l’uso della lingua ufficiale della Liturgia romana. Conveniamo che tale modo di agire non contribuisce all’edificazione dei fedeli.
Importanza dell’aspetto disciplinare
È vero che ci troviamo in ambito disciplinare, dove, di conseguenza, possono esserci delle variazioni. Tuttavia, si osservi, innanzitutto, che l’ambito disciplinare non è libero. Anche in esso dobbiamo attenerci alle decisioni della Santa Sede. E la Liturgia è cosa sacra, diremmo sacratissima, poiché si tratta dello scopo per cui la Chiesa è stata costituita dal Sacro Costato del Divino Redentore: la lode e il culto all’Altissimo Dio, alla Santissima Trinità. Per questo, nessuno, nemmeno un Sacerdote, recita la Costituzione conciliare, deve osare introdurvi modifiche secondo i propri capricci (Cost. «de S. Lit.», 22 § 3). Essa è soggetta alla Santa Sede e, entro i limiti da essa stabiliti, alle Conferenze Episcopali e ai Vescovi diocesani. In secondo luogo, è da spirito meschino, e denota la tendenza ad anteporre il proprio giudizio a quello della Sacra Gerarchia, considerare di secondaria importanza le questioni disciplinari. In queste si manifesta anche lo spirito della Chiesa, e, quindi, ciò che di essenziale la Chiesa possiede. A tali questioni possiamo applicare quanto abbiamo sopra addotto dalla Sacra Scrittura riguardo ai rapporti tra l’aspetto esteriore dell’uomo e le sue disposizioni interiori. Non senza motivo il Concilio di Trento, pur riconoscendo la necessità di provvedere affinché i fedeli sappiano ciò che avviene sull’altare, sancì l’uso del latino contro gli innovatori dell’epoca (cfr. sess. XXII, cap. 8, e can. 9); allo stesso modo, per ragioni ponderabili, il recente Concilio mantiene il latino come lingua ufficiale del rito latino. Da parte loro, qualche motivo spingeva i giansenisti a opporsi così tenacemente a tali disposizioni disciplinari: la lingua propria per gli atti liturgici, l’esposizione di immagini nelle chiese, la molteplicità di Messe nello stesso tempio ecc. (cfr. Sinodo di Pistoia).
Con gli esempi tratti dal modo di agire dei giansenisti, tocchiamo altri punti che riteniamo opportuno commentare con i nostri amati figli, affinché non fraintendano lo spirito del Vaticano II.
Il canto gregoriano
Legato al latino è il canto gregoriano. Per molti esperti, quest’ultimo non si adatta alla lingua vernacolare; da qui, la crescente sostituzione, nella Liturgia, del latino con le lingue nazionali avrebbe come conseguenza la progressiva esclusione del canto gregoriano. Anche se così non fosse, anche se questi esperti si fossero sbagliati, è certo che il canto gregoriano sta subendo lo stesso destino della lingua ufficiale della Liturgia romana. E forse per lo stesso motivo, per lo stesso gusto di novità, o per l’impeto di ribellione contro tutto ciò che è consacrato dalla Tradizione della Chiesa, impeto di cui parlava il Santo Padre Paolo VI nella Lettera al Maestro Generale dei Domenicani, da noi citata sopra.
Tuttavia, la Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia mantiene, nel suo articolo 116, la prescrizione tradizionale sulla musica liturgica: «La Chiesa, dice la Costituzione, riconosce il canto gregoriano come canto proprio della liturgia romana; perciò nelle azioni liturgiche, a parità di condizioni, gli si riservi il posto principale» (A.A.S., 56, p. 129).
La melodia gregoriana, insegna San Pio X, racchiude, in grado supremo, le qualità della musica sacra (cfr. Motu proprio «Tra le Sollicitudini», del 22 novembre 1903, II), ovvero avvolge il testo liturgico, proposto all’intelligenza dei fedeli, in modo da aiutarli nella devozione, e così disporsi al meglio per ricevere i frutti della grazia, ottenuti nella celebrazione dei Santi Misteri (ibid., 1). Hanno quindi ragione coloro che vedono nel gregoriano l’espressione più elevata, nell’arte musicale, della spiritualità cattolica. E non sappiamo come non accettare la motivazione che questi autori presentano per spiegare l’avversione al canto gregoriano, ovvero il desiderio dell’uomo di oggi di costruirsi una spiritualità moderna, o meglio, una pseudo-spiritualità, che si ritiene più accessibile alle masse, e lo è di fatto, perché si preoccupa poco di elevare il popolo fedele dal piano delle realtà terrene a quello delle verità soprannaturali. Questa pseudo-spiritualità ha, come tratto caratteristico, l’ignorare l’adorazione. Non c’è da stupirsi che essa non possa esprimersi attraverso un’arte che è il linguaggio stesso dell’adorazione (cfr. André Charlier, «Grégorien et spiritualité», in «Itinéraires», gennaio 1966, p. 130).
Proprio perché è il linguaggio musicale dell’adorazione, il gregoriano è alla portata di tutti. È proprio il gregoriano, dice San Pio X, che è soave, dolce e facile da imparare (cfr. Lettera all’Eminente Cardinale Vicario Respighi, dell’8 dicembre 1903), da cui deriva l’obbligo di riportarlo in uso tra il popolo, affinché questo possa, come un tempo, partecipare in modo più attivo alle funzioni liturgiche (cfr. il Motu proprio sopra citato, II) [9].
Desideriamo quindi che, in conformità con l’Istruzione della Sacra Congregazione dei Riti del 3 settembre 1958 sulla Musica Sacra e la Liturgia Sacra, n. 26 (A.A.S. 50, p. 640), venga introdotta nelle parrocchie, nelle domeniche e nei giorni festivi di precetto, la Messa cantata in gregoriano. I Rev.mi Vicari provvederanno, tramite il coro parrocchiale, affinché vi sia un gruppo che, in mezzo al popolo fedele, esegua in canto gregoriano almeno le parti fisse della Messa. Le parti variabili, come consentito dall’Istruzione sopra citata, possono essere cantate in tono semplice. In questo modo il popolo si abituerà alle melodie gregoriane.
Spetta a noi, ai sensi dell’articolo 26 della Costituzione dogmatica «Lumen Gentium» (A.A.S., 57, p. 32), l’orientamento di tutto il culto pubblico nella diocesi, desideriamo che nelle Messe cantate e in quelle solenni si conservi l’uso del latino, per abituare il nostro gregge al gusto per il gregoriano.
Il canto religioso popolare
Sempre in materia di canto religioso, si osserva un’altra disposizione della Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia che viene progressivamente ignorata. Si tratta di quella relativa al canto popolare. «Si promuova con impegno, recita la Costituzione, il canto religioso popolare in modo che nei pii e sacri esercizi, come pure nelle stesse azioni liturgiche, secondo le norme stabilite dalle rubriche, possano risuonare le voci dei fedeli» (articolo 118). Tuttavia, l’introduzione di melodie moderne, di impronta protestante, sta gradualmente soppiantando il modo già spontaneo con cui il nostro popolo esprimeva i propri sentimenti di adorazione, di ringraziamento, di penitenza o di supplica, rivolgendosi alla Divina Misericordia, alla Beata Vergine Maria e ai Santi patroni. Sono questi i canti popolari che la Costituzione sulla Sacra Liturgia considera nel suo articolo 118.
Desideriamo, quindi, che si osservino le prescrizioni del Concilio Vaticano II e che i nostri canti religiosi popolari siano mantenuti in uso nelle nostre chiese e cappelle.
Pietà e vita comunitaria
Il Concilio ha avuto il grande merito di insistere sul mistero della Chiesa, come Corpo Mistico di Cristo, realtà messa in piena luce da Pio XII nell’Enciclica «Mystici Corporis» (A.A.S. 35, pp. 193 ss.).
Di conseguenza, si è diffusa tra i fedeli la consapevolezza della solidarietà che esiste tra loro, in quanto membri dello stesso Corpo. Da qui il nuovo slancio della pietà liturgica, propria del Corpo Mistico in quanto tale, e della vita comunitaria, naturale tra i membri di uno stesso organismo. E in tutto ciò, salutiamo con gioia un nuovo slancio di vita scaturito dall’inesauribile ricchezza del mistero del Corpo Mistico. Sia la pietà liturgica, sia la consapevolezza della comunione esistente tra tutti i figli della Chiesa, contribuiscono a stringere i legami di carità che uniscono tutti i fedeli, fatto fecondo di realizzazioni di ordine soprannaturale e sociale.
Anche in questo caso, tuttavia, è necessario stare allerta, per non cadere nelle insidie del demonio.
La vita comunitaria non può essere portata a un punto tale da annullare praticamente la personalità del fedele. Sarebbe una concessione al socialismo, definito da Pio XII il Leviatano, che in questa seconda metà del XX secolo minaccia di divorare le persone e le famiglie (cfr. A.A.S. 44, p. 792). La realtà del Corpo Mistico non distrugge le caratteristiche di ciascun individuo, la responsabilità personale del fedele e l’inviolabilità dell’anima umana di fronte a qualsiasi autorità terrena.
La vita comunitaria deve servire ad accrescere le ricchezze comuni presenti nella Chiesa, affinché ogni fedele possa, in quel tesoro, attingere nuove energie per la propria santificazione personale. Infatti, nessuno si salva in comune, ma ciascuno risponde, individualmente, delle proprie azioni dinanzi al Giudice Sovrano. E anche nella vita in società, ciascuno contribuisce al proprio arricchimento, grazie al bagaglio di santità personale con cui rende più intensa la circolazione vitale nella comunione dei Santi. Pio XII, che Paolo VI ha dichiarato di sommissima autorità in questa materia teologica (cfr. A.A.S. 56, p. 620), presuppone questo fatto in tutta l’esposizione dell’Enciclica «Mystici Corporis». Temendo tuttavia una concezione errata dell’unione dei fedeli nel Corpo Mistico, dichiara esplicitamente che l’unità della Chiesa non distrugge la personalità di ciascuno di essi. In un clima permeato dal socialismo, è opportuno citare le parole stesse del grande Pontefice: «Mentre infatti nel corpo naturale il principio della unità congiunge le parti in modo che le singole manchino completamente della propria sussistenza, invece nel Corpo mistico la forza di mutua congiunzione, sebbene intima, unisce le membra tra loro di guisa che le singole godano completamente di una propria personalità. Se poi consideriamo il mutuo rapporto del tutto e delle singole membra, esse in ogni corpo fisico vivente sono in ultima analisi destinate soltanto a profitto di tutto il composto; mentre, in una compagine sociale di uomini, nell’ordine del fine dell’utilità, l’ultimo scopo è il bene di tutti e di ciascun membro, essendo essi persone» (A.A.S. 35, pp. 221-222).
Il socialismo nella Chiesa
Non possiamo, quindi, concordare con una vita comunitaria che finisca per annullare le iniziative individuali, al punto che l’individuo non sia altro che un esecutore automatico di una volontà collettiva, che, in ultima analisi, non è altro che la volontà del più abile, non sempre il più vicino alla verità e alla prudenza.
La Chiesa difende la proprietà privata proprio in quanto prerogativa della persona, che consente l’esercizio dell’autonomia e della libertà proprie dell’individuo umano (cfr. Pio XII, Discorsi e Radiomessaggi, vol. XXIII, p. 734). Per le stesse ragioni Giovanni XXIII, nell’Enciclica «Mater et Magistra», chiede che ai lavoratori, fatta salva l’unità di direzione dell’impresa, sia concessa la possibilità di iniziative personali (cfr. A.A.S. 53, pp. 423-424) [10].
È ovvio che una simile concezione della vita comunitaria non si concilia bene con la struttura gerarchica che il Divino Salvatore ha istituito nella sua Chiesa.
Vita comunitaria e direzione spirituale
Ancora meno possiamo concordare, amati figli, con un eccesso di vita comunitaria che pretenda di risolvere i casi di coscienza individuali in gruppi, nei quali ciascuno, di fronte ai propri simili, apra totalmente i misteri della propria anima, con la scusa di combattere l’individualismo.
C’è, in ogni uomo, qualcosa di interamente personale, inviolabile, di cui egli non ha l’obbligo di rendere conto agli altri uomini, ambito in cui è libero di scegliere chi meglio possa guidarlo sulle vie della santificazione. Un sistema che ignori questa realtà intima della persona umana, non contribuisce alla formazione del fedele, ma alla sua spersonalizzazione, attraverso il suo assorbimento in un tutto amorfo, di cui egli non è altro che un elemento privo di finalità autonoma. È proprio ciò che i totalitarismi hanno sempre cercato di fare, sacrificando l’uomo allo Stato e ignorando la dignità personale insita in ogni individuo.
Riguardo all’indispensabile pietà individuale, all’ascesi e alla mortificazione personale, come frutti e al tempo stesso come mezzi di una fruttuosa partecipazione agli atti liturgici, non è necessario ripetere qui le ammonizioni che, basandoci sugli insegnamenti pontifici, abbiamo formulato sia nella Nostra Lettera pastorale sui problemi dell’apostolato moderno, del 6 gennaio 1953 [11], sia nelle Nostre Note pastorali sui Documenti conciliari promulgati il 4 dicembre 1963, vale a dire la Costituzione sulla Sacra Liturgia e il Decreto sugli strumenti di comunicazione sociale [12].
In questa stessa linea di pensiero si colloca l’opinione di coloro che disprezzano le Messe recitate in forma privata, senza la partecipazione del popolo. Anche qui si riscontrano residui di giansenismo (cfr. Sinodo di Pistoia, prop. 31 – D. 1531). Tale posizione è stata esplicitamente indicata come errata dal Santo Padre nell’Enciclica «Mysterium Fidei» sulla dottrina e il culto della Santissima Eucaristia (cfr. A.A.S. 57, p. 755).
Culto dei santi, immagini e reliquie
In particolare, desideriamo richiamare l’attenzione dei nostri amati figli sul culto dei santi, delle loro immagini e delle loro reliquie. A questo proposito, la Costituzione conciliare sulla Sacra Liturgia ne parla negli articoli 111 e 125. Nell’articolo 111, si afferma che è conforme alla tradizione della Chiesa che i santi siano venerati e che siano venerate le loro reliquie autentiche e le loro immagini. Le loro feste, senza prevalere sulla commemorazione dei misteri della salvezza, proclamano le meraviglie operate da Cristo nei suoi servi e presentano alla nostra imitazione esempi opportuni. Nell’articolo 125, il Documento conciliare ordina di mantenere salda l’usanza di proporre nelle chiese immagini alla venerazione dei fedeli, pur in numero moderato e in modo ordinato, per non suscitare stupore nel popolo, né indurlo a una devozione meno retta (cfr. A.A.S. 56, pp. 127-132).
Non manca di suscitare stupore, carissimi figli, il modo in cui questo testo del Concilio viene applicato in diversi luoghi. Le chiese sono state spogliate delle immagini dei santi e persino della Beata Vergine Maria, e nelle nuove chiese che vengono costruite non si pensa a un posto per esse.
Anche su questo punto, avvertiamo i nostri amati figli, si insinua oggettivamente – poiché siamo certi che non vi sia alcuna intenzione del genere – una condanna del modo tradizionale di agire della Santa Chiesa, fin dai primi secoli, quando già nelle catacombe si veneravano immagini della Santissima Vergine e dei santi dell’Antico Testamento. Con la proscrizione delle immagini, il culto dei santi si indebolisce naturalmente, con grave danno per il progresso spirituale dei figli della Chiesa.
Motivo del culto dei santi
Infatti, nel culto dei santi, nella venerazione delle loro vite e delle loro virtù, i fedeli trovano un grande stimolo a santificarsi e a rendere gloria a Dio. Poiché i santi, come ricorda la Costituzione conciliare, sono proposti dalla Chiesa alla nostra venerazione proprio per questo duplice scopo.
Nella contemplazione delle loro vite, abbiamo un mezzo per elevarci a Dio, la cui Bontà si riflette nella virtù dei santi. Così essi ci servono da mezzo per glorificare Dio Nostro Signore, secondo l’esortazione del Divino Maestro: «… vedano le vostre opere buone e glorifichino il Padre vostro che è nei cieli» (Mt 5, 16).
Sant’Agostino, tra le ragioni di opportunità addotte per l’Incarnazione del Verbo, indica quella per cui, per mezzo di Gesù Cristo, Dio, trascendente e invisibile, si è manifestato sensibilmente agli uomini (apud Billot, «De Verbo Incarnato», Roma, 1922, p. 24), che hanno potuto adorare nel Figlio di Dio fatto uomo l’Onnipotenza, la Bontà e la Misericordia dell’Altissimo. Possiamo dire che i santi ci sono ancora più vicini. Il Figlio di Dio, fatto uomo, ha assunto, senza dubbio, la nostra carne mortale; tuttavia, esente dal peccato e dalle miserie che accompagnano la nostra natura decaduta e ci rendono ardua la pratica della virtù. Lo stesso non vale per i santi. Questi sono stati soggetti a una natura in tutto uguale alla nostra. Così, «vedendo le loro cadute», dice sant’Ambrogio, «li riconosco simili alla mia debolezza». Per questo diventano i nostri maestri, iniziandoci al cammino della penitenza e della mortificazione che ci conduce all’imitazione del Divino Crocifisso. «Vedendoli simili», continua l’arcivescovo di Milano, «mi rendo conto che devo imitarli» (Apologia di Davide, c. 2, n. 7).
I santi sono, quindi, non solo lo specchio in cui contempliamo i riflessi delle perfezioni divine, e con ciò ci eleviamo a glorificare l’Autore di «ogni dono buono, di ogni dono perfetto» (Giac. 1, 17), ma anche lo stimolo affinché anche noi decidiamo di «percorrere la via dei Comandamenti» (Sal 118, 32).
Inoltre, nei santi – che sono eroici in tutte le virtù – troviamo sempre la possibilità di trovare un modello adatto al momento presente, che ci aiuterà a vincere le insidie ordite dal demonio per perdere le anime, nell’epoca in cui viviamo.
Per tutto ciò, i Padri devono alimentare nei fedeli la devozione ai Santi. Una devozione affettuosa, familiare, poiché apparteniamo tutti alla stessa Famiglia di Dio, mantenendo sempre il dovuto rispetto verso i fratelli che si distinguono per la loro scrupolosa virtù. Una devozione solida, che non si limiti a richieste egoistiche nei momenti di bisogno, ma che sia la manifestazione dell’amore che dedichiamo loro alla luce delle loro virtù, e della fiducia nella loro intercessione presso Dio. Lo stesso Signore Altissimo ci ha indirizzati al culto dei santi, quando ha subordinato il perdono degli amici di Giobbe all’intercessione del paziente Patriarca (cfr. Giobbe 42, 7 ss.), così come quando placò la sua ira contro il popolo eletto, di fronte alle suppliche di Mosè (cfr. Es 32, 11-14).
– IV –
Punti di dottrina definiti
Per quanto riguarda l’apostolato ecumenico, ricordiamo, carissimi figli, i punti di dottrina definiti, che non possono quindi essere messi in dubbio nemmeno implicitamente da atteggiamenti assunti nei contatti con i fratelli separati.
Secondo san Paolo (1 Tim. 2, 4), Dio desidera sinceramente la salvezza di tutti gli uomini. Per questo Gesù Cristo è morto non solo per i fedeli, come volevano i giansenisti, ma per i peccati del mondo intero (cfr. 1 Gv 2, 2). In virtù di questa volontà salvifica universale, il Signore concede a tutti gli uomini la grazia necessaria per adempiere a tutti i precetti imposti da Dio. In modo che nessuno si condanni senza colpa propria.
Tra i precetti divini vi è l’obbligo di entrare a far parte della Chiesa cattolica, istituita da Gesù Cristo come unico mezzo di salvezza per tutti gli uomini. Di conseguenza, la condizione del cattolico è essenzialmente diversa da quella del non cattolico. Il cattolico, in quanto membro della vera Chiesa, non ha alcun motivo di dubitare di essere in possesso della verità. Il non cattolico si trova in una condizione perfettamente opposta. Egli non è in possesso della verità, per cui ha tutte le ragioni per dubitare della propria posizione religiosa. E se è in buona fede, sarà più facilmente indotto a rendersi conto della mancanza di fondamento delle sue convinzioni.
Questi punti sono indiscussi nella teologia cattolica e sono stati oggetto di autentico insegnamento del Magistero ecclesiastico. L’eccellenza della condizione del cattolico rispetto a quella del non cattolico, con il conseguente obbligo, è stata definita dal Concilio Vaticano I (cfr. sess. III, cap. III e can. 6).
Da qui, carissimi figli, nei nostri rapporti con i nostri fratelli separati, non ci è lecito assumere un atteggiamento che possa essere interpretato o nel senso che non siamo convinti di essere in possesso della verità e sulla via della salvezza; oppure nel senso che qualsiasi religione sia gradita a Dio Nostro Signore.
Infine, un grave dovere di carità ci obbliga a evitare tutte le occasioni in cui possa essere messa a repentaglio la nostra perseveranza nella fede e la nostra adesione alla Chiesa cattolica.
Ecumenismo
Come era prevedibile, non vi è alcun obiettivo del Concilio la cui realizzazione sia del tutto al riparo dalle insidie del demonio. Ciò che accade con l’adattamento, accade anche con l’ecumenismo. L’unione di tutti i cristiani nella vera fede è un ideale sublime, costituisce una sconfitta così grande per l’Inferno, che non è possibile pensare che il «principe di questo mondo» non si sia impegnato a svuotare anche questo ammirevole obiettivo conciliare.
Ecco che, come a proposito dell’adattamento, anche sulla falsa applicazione dell’ecumenismo il Papa ha messo in guardia i fedeli. Secondo i dispacci delle agenzie telegrafiche, il Santo Padre avrebbe osservato, in una delle sue allocuzioni durante le udienze generali, che l’apostolato presso i fratelli separati non è esente da illusioni e pericoli. Illusioni, a causa di una speranza infondata; pericolo, per la possibilità che, nell’ardente desiderio di ottenere la conversione dell’eretico o dell’apostata, si falsi il senso della verità rivelata, o non esporla nella sua integrità. Ecco il testo ufficiale dell’Udienza generale di Papa Paolo VI del mercoledì 19 gennaio 1966: «Un altro atteggiamento eccede invece in entusiasmo e in semplicismo, quasi che il contatto con i Fratelli separati sia facile e senza pericolo, e quasi che basti non dare importanza alle questioni dottrinali e disciplinari per stabilire subito la concordia e la collaborazione. È un atteggiamento sbagliato, perché può essere fonte di illusioni e di delusioni, di debolezze e di conformismi, punto giovevoli alla causa del vero ecumenismo».
La prima condizione per un apostolato fruttuoso presso i nostri fratelli separati è evitare ogni forma di irenismo dottrinale, anche se implicito. «La salvezza delle anime – commenta il bollettino della «Fraternité de la Très Sainte Vierge» da noi già citato – di tutti i fratelli separati non sarà mai compromessa da una parola della Chiesa pronta, precisa ed eterna, che non lascia spazio né al dubbio né allo smarrimento nelle anime. […] Al contrario, tutte le anime, anche quelle dei cattolici, corrono il rischio di perdersi quando si vacilla e si esita e si continua a vacillare ed esitare di fronte all’eresia» (apud «Sanctifier», ottobre 1965, p. 8).
Linee guida per l’azione
Alla luce di questi principi, dobbiamo portare il più lontano possibile la nostra carità verso i fratelli separati. Senza dimenticare la loro condizione di «separati», cioè di allontanati dalla vera Chiesa di Cristo, dobbiamo tenere sempre presente la loro prerogativa di «fratelli» e sforzarci di avvalerci degli elementi che giustificano l’appellativo di «fratelli», per condurli a una riflessione più profonda sulle realtà cristiane di cui ancora dispongono, affinché le comprendano meglio e si rendano conto che esse acquisiscono la loro vera autenticità solo nella Chiesa cattolica [13].
Ciò nell’ambito di un’azione diretta che la Provvidenza potrebbe esigere da noi nei confronti dei nostri fratelli separati, laddove vi sia un sincero desiderio di amare la verità. Poiché, con coloro che si sono fissati nell’eresia e la abbracciano consapevolmente, un dialogo fruttuoso è praticamente impossibile. Possiamo e dobbiamo comunque provare compassione per loro e, con le nostre preghiere, penitenze e altre buone opere, sollecitare la Misericordia divina affinché li illumini e conceda loro la rettitudine di volontà necessaria per giungere all’autentica unità del cristianesimo nella Chiesa Romana.
Ciò che dobbiamo evitare – salvo le necessità di una giusta e nobile polemica imposta dall’interesse delle anime – sono le espressioni che possano, in qualche modo ferire i nostri fratelli separati; e ciò anche quando dobbiamo sopportare con pazienza le conseguenze di una volontà che l’eresia o lo scisma hanno reso particolarmente ostile nei nostri confronti. A questo proposito vale il consiglio di San Paolo: cerca di vincere il male con il bene (cfr. Rom. 12, 21). Anche, tuttavia, con coloro che sono in buona fede, è opportuno evitare la familiarità, secondo il prudente e oggi particolarmente opportuno consiglio di San Tommaso: «affinché la nostra familiarità non dia agli altri occasione di errare» (Quodlibetum 10, q. 7, a. 1 c).
Conclusione
Vi presentiamo, carissimi figli, queste riflessioni, perché ci sono sembrate necessarie. Temiamo, infatti, che la nostra negligenza vi esponga alla furia del nemico delle vostre anime, come si legge nel Profeta Isaia: «Voi tutte, bestie dei campi, venite a mangiare; voi tutte, bestie della foresta, venite. I suoi guardiani sono tutti ciechi, non capiscono nulla. Sono tutti cani muti, incapaci di abbaiare; sonnecchiano accovacciati, amano appisolarsi. […] sono i pastori che non capiscono nulla. Ognuno segue la sua via, ognuno cerca il proprio tornaconto da ogni parte» (Is. 56, 9-11).
Con la vigilanza alla quale vi esortiamo in questa Lettera pastorale, e soprattutto con il rinnovamento del vostro fervore nell’imitazione di Gesù Cristo, nella diffidenza verso le vostre forze e nella docilità alla grazia, nell’umiltà e nella preghiera assidua, siamo certi che potrete contribuire in modo molto efficace affinché la Chiesa, Corpo Mistico di Cristo, cresca in santità e aumenti il numero dei suoi figli in proporzioni che lascino intravedere il giorno tanto atteso in cui ci sarà un unico gregge e un unico Pastore.
Che la Santissima Vergine vi preservi da ogni male e vi conceda il fervore di carità che l’opera apostolica, alla quale la Chiesa vi chiama attraverso il Concilio Vaticano II, esige da voi.
Questi sono gli auguri che vi inviamo con affetto paterno insieme alla Nostra Benedizione Pastorale,
nel Nome del Padre + e del Figlio + e dello Spirito + Santo. Amen.
Data e firmata nella Nostra città episcopale di Campos, sotto il Nostro segno e il sigillo del Nostro stemma, il 19 marzo dell’anno 1966, festa di San Giuseppe, Sposo della SS. Vergine Maria e Patrono della Chiesa Universale.
Note:
[1] Mons. Antônio de Castro Mayer, Vescovo di Campos, “Os documentos conciliares sobre a Sagrada Liturgia e os instrumentos de comunicação social – Notas Pastorais” [«I documenti conciliari sulla Sacra Liturgia e gli strumenti di comunicazione sociale – Note Pastorali»] – Editora Vera Cruz, San Paolo, 1964.
[2] Mons. Antônio de Castro Mayer, Vescovo di Campos, “Instrução Pastoral sobre a Igreja” [«Istruzione pastorale sulla Chiesa»] – Editora Vera Cruz, São Paulo, 1965.
[3] I documenti promulgati in questo Concilio furono sedici, il che lo rende uno dei più ricchi della storia, poiché, in soli nove mesi di studio comune, giunse a un numero così elevato di conclusioni. – Nell’ordine di promulgazione, essi sono i seguenti:
* Promulgati il 4 dicembre 1963: Costituzione sulla Sacra Liturgia, «Sacrosanctum Concilium», e Decreto sugli strumenti di comunicazione sociale, «Inter Mirifica», da Noi commentati nella Nostra Lettera Pastorale dell’8 dello stesso mese e anno.
* Promulgati il 21 novembre 1964: Costituzione dogmatica sulla Chiesa, «Lumen Gentium», oggetto della Nostra Istruzione Pastorale sulla Chiesa; Decreto sull’Ecumenismo, «Unitatis Redintegratio» (con norme e linee guida che aiutino i fedeli a collaborare al ripristino dell’unità cristiana, nell’unica e vera Chiesa di Gesù Cristo); Decreto sulle Chiese orientali, «Orientalium Ecclesiarum» (con norme per le Chiese cattoliche orientali e le loro relazioni con le Chiese d’Oriente che si trovano al di fuori del seno della Chiesa di Cristo).
* Promulgati nella quarta e ultima fase del Concilio:
– il 28 ottobre 1965: Decreto pastorale sui Vescovi, «Christus Dominus» (esamina le applicazioni dei punti chiariti nella Costituzione «Lumen Gentium» : la responsabilità dei Vescovi per tutta la Chiesa, il Vescovo nella sua diocesi e le Conferenze Episcopali); Decreto sul rinnovamento della vita religiosa, «Perfectae Caritatis» (con norme sull’adattamento della vita religiosa ai nostri tempi, in vista della santificazione dei membri degli Istituti di perfezione e dei rapporti con la vita spirituale di tutta la Chiesa); Decreto sui Seminari, «Optatam Totius» (che esamina la situazione dei seminari in vista dell’adattamento ai tempi moderni, in modo da fornire ai futuri sacerdoti una formazione adeguata); Dichiarazione sulle relazioni della Chiesa con le religioni non cristiane, «Nostra Aetate» (con lo scopo di sostenere lo sforzo volto ad avvicinare alla vera fede gli uomini delle più diverse credenze); Dichiarazione sull’educazione cristiana, «Gravissimum Educationis» (sul ruolo delle scuole e delle università cattoliche nell’attuale contesto culturale e sociale);
– il 18 novembre 1965: Costituzione dogmatica sulla Rivelazione «Dei Verbum» («mostra come nella Sacra Scrittura si trovi la Parola di Dio fissata per iscritto sotto l’ispirazione dello Spirito Santo, mentre la Parola di Dio confidata da Cristo agli Apostoli è trasmessa integralmente dalla Tradizione ai successori degli apostoli. La Gerarchia ha il compito d’interpretare autenticamente la Parola di Dio. La Costituzione sottolinea il ruolo fondamentale che deve avere la Sacra Scrittura in tutta la vita della Chiesa» – come scrive l’«Osservatore Romano» nella sua edizione dell’8 dicembre 1965, p. 6, col. 2); Decreto sull’apostolato dei laici, «Apostolicam Actuositatem» (sviluppa la dottrina sulla vocazione dei laici all’apostolato);
– il 7 dicembre 1965: Decreto sull’attività missionaria della Chiesa «Ad Gentes» (esamina il carattere essenzialmente missionario della Chiesa, in corrispondenza con la volontà salvifica universale di Gesù Cristo); Decreto sul ministero e la vita sacerdotale, «Presbyterorum Ordinis» (sui doveri dei sacerdoti nel tempo presente; sottolinea l’obbligo del celibato per i sacerdoti della Chiesa latina e la necessità della santificazione affinché il sacerdote possa adempiere alla missione che gli spetta); Dichiarazione sulla libertà religiosa, «Dignitatis Humanae» (tratta del diritto della persona e delle comunità alla libertà sociale e civile in materia religiosa, senza tralasciare di sottolineare che tale libertà è limitata soprattutto dall’ordine morale oggettivo); Costituzione pastorale sulla Chiesa nel mondo contemporaneo, «Gaudium et Spes» (il più lungo dei documenti conciliari; si divide in due parti: nella prima, tratta delle condizioni del mondo attuale e del ruolo della Chiesa, con la sua missione salvifica, nella congiuntura presente; nella seconda parte, affronta alcuni problemi alla luce della rivelazione: dignità del matrimonio e della famiglia, promozione della cultura, vita economica e sociale, comunità politica dei popoli, problemi della guerra e della pace.
In sintesi: quattro Costituzioni, di cui due dogmatiche, una pastorale e una liturgica; nove decreti e tre dichiarazioni.
[4] Lo stesso pensiero viene ribadito da Pio XII nel suo discorso dell’8 novembre 1957 ai partecipanti al I Congresso Internazionale dell’Alta Moda. Così si esprime il Papa: «La società, per così dire, parla col vestito che indossa; col vestito rivela le segrete sue aspirazioni, e di esso si serve, almeno in parte, per edificare o distruggere il proprio avvenire» («Discorsi e Radiomessaggi», vol. XIX, p. 578).
[5] L’influenza delle cose esterne, che agiscono sui sensi, nella creazione di stati d’animo, e il loro ruolo di veicoli nella trasmissione di concezioni ideologiche con ripercussioni sociali, era già stata notata dagli antichi. A proposito di una certa musica, Platone dice: «La follia, che considera tutti saggi ed esperti in ogni cosa, e il senso di opposizione alla legge hanno avuto il loro inizio con la musica» (Le Leggi, 701-A – apud Johannes Hirschberger «Storia della filosofia antica», trad. Alexandre Correia, Ed. Herder, 1957, p. 118).
[6] Il brano citato lo dobbiamo alla gentilezza di mons. Giuseppe Di Meglio. Si trova nella versione italiana del libro di Rahner, del 1963, alle pp. 11 e segg.
[7] L’infiltrazione modernista nella Chiesa, attraverso la mancanza di docilità verso la Santa Sede, è ancora oggi in atto. «La Pensée Catholique», di Parigi, rileva il malumore con cui il mensile domenicano «De Bazuin», di Amsterdam e Nimega, ha accolto l’Enciclica «Mysterium Fidei». C’è persino una critica al Santo Padre (cfr. «La Pensée Catholique», n. 99-99 bis, del 1965, pp. 54 e segg.). La stessa tattica è utilizzata da coloro che rappresentano nella Chiesa l’infiltrazione dello spirito comunista. Pertanto, abbiamo ritenuto necessario mettere in guardia i nostri amati figli, in una Circolare del 30 agosto 1965 («Catolicismo», Campos, n. 177, settembre 1965, p. 3), affinché non si lasciassero fuorviare dal Rev.mo P. Paul Eugène Charbonneau, C.S.C., il quale, nel suo libro «Cristianesimo, Società e Rivoluzione» (ed. Herder, 1965), indebolisce la difesa dei cattolici nella lotta contro il comunismo, attenuando la condanna pronunciata da Pio XI e ribadita da Pio XII contro qualsiasi collaborazione con i comunisti. Il Rev.mo P. Paul Eugène Charbonneau, seguendo l’esempio di altri scrittori francesi che egli apprezza, cerca di limitare la condanna generale e assoluta, come si legge nella «Divini Redemptoris», esclusivamente all’appartenenza al partito comunista. Egli riproduce in Brasile l’atteggiamento dei cattolici che prendono parte alle Settimane intellettuali marxiste, il cui scopo è la propaganda comunista. Non c’è da stupirsi che nel suo libro mostri entusiasmo per l’opera di Marx.
Non è solo il Papa a lamentare la mancanza di obbedienza come causa dei mali che affliggono la Chiesa dei nostri giorni. Anche il bollettino della «Fraternité de la Très Sainte Vierge» di Atene, da noi già citato più volte, rileva lo stesso fenomeno: «Si nota in tutte le attività, nella vita ordinaria della Chiesa come nell’impegno ecumenico, una corrente ostinata, più di quanto si possa pensare, che pretende una liberazione dalla santa disciplina e dall’obbedienza mistica al Santo Padre» (apud «Sanctifier», ottobre 1965, p. 7). Karl Rahner esprime un’opinione simile: «La tattica della cripto-eresia è molto varia, per rimanere latente. Spesso consiste semplicemente in un atteggiamento di diffidenza e risentimento nei confronti dell’autorità ecclesiastica, nella sensazione molto diffusa di essere controllati con sospetto e meschinità, nelle proprie ricerche e nei propri insegnamenti, da parte del Magistero della Chiesa» (op. cit.).
[8] Questo retaggio modernista è diventato evidente nel modo in cui certa stampa cattolica ha accolto l’intervento del Santo Padre in merito alla collegialità episcopale. A questo proposito, raccomandiamo gli splendidi articoli pubblicati dal Rev.mo P. Raimond Dulac su «La Pensée Catholique», numeri 78, 79, 87, 89, 90, 91, 93, 94, 96 e 97.
[9] Nello stesso numero di «Itinéraires», a pag. 132 e segg., si trova la testimonianza di un missionario della Congregazione dello Spirito Santo, che ha operato in Camerun per molti anni e ha ottenuto i migliori risultati con il canto gregoriano eseguito dalla popolazione. Quei nativi arrivarono ad amare a tal punto il canto gregoriano che, nello zaino da soldato, coloro che partirono per l’ultima guerra portavano con sé il loro libro gregoriano, nell’edizione vaticana, che non è certo delle più sottili; e ovunque si trovassero cantavano la Messa officiata dal cappellano, con grande edificazione di tutti, per la devozione e la precisione con cui eseguivano le parti liturgiche del coro. Lo stesso missionario spiega il motivo del suo successo: «Il gregoriano è fatto per il popolo, a condizione che si voglia insegnarlo ai fedeli».
[10] Trattiamo dei rapporti tra la persona, la famiglia e la proprietà nel libro che abbiamo scritto insieme all’Ecc.mo Arcivescovo di Diamantina, Mons. Geraldo de Proença Sigaud, al Prof. Dr. Plinio Corrêa de Oliveira e all’economista Luiz Mendonça de Freitas, «Riforma agraria – Questione di coscienza» (Editora Vera Cruz Ltda., San Paolo, 4ª edizione). Si veda in particolare la prima parte.
[11] Mons. Antônio de Castro Mayer, Vescovo di Campos, «Lettera pastorale sui problemi dell’apostolato moderno – Contenente un catechismo di verità opportune che si oppongono agli errori contemporanei» – Boa Imprensa Ltda., Campos, 2ª edizione, 1953, pp. 27 e segg.
[12] «I documenti conciliari sulla Sacra Liturgia e gli strumenti di comunicazione sociale – Note pastorali» cit., pp. 11 e segg.
[13] Molto giudiziose, riguardo all’apostolato presso i fratelli separati, sono le considerazioni che si leggono nella nota 9 allegata al saggio del Prof. Dr. Plinio Corrêa de Oliveira, Trasbordo ideologico inavvertito e Dialogo [“Baldeação ideológica inadvertida e diálogo”] (“Catolicismo, n. 178-179, ottobre -novembre 1965 – Editora Vera Cruz Ltda., San Paolo, 2ª edizione, 1966). L’eminente professore afferma:
«Essendo stati creati dallo stesso Dio e discendendo dalla medesima prima coppia, tutti gli uomini sono fratelli. A un titolo ancor più nobile, lo sono pure coloro che credono in Gesù Cristo, vero Dio e vero Uomo, Redentore del genere umano, e in Suo nome sono stati battezzati. Per profonde e forti che siano le divergenze tra gli uomini, ciò non fa scomparire questi titoli di fratellanza. Nulla di più legittimo, dunque, della qualifica di “fratelli separati”.
Dire “legittimo”, è ancora dire poco. La citata espressione, che contiene un’evidente accentuazione del sostantivo fratelli, ha il merito di dare a coloro che la usano una coscienza più viva ed attuale di questa superiorità dei vincoli fraterni sulle divisioni, e a tal titolo costituisce un fattore utile a preziosi avvicinamenti apostolici.
Tuttavia, se a volte è necessario porre in rilievo che tanti uomini separati da noi sono nostri fratelli, in altre occasioni è non meno necessario porre l’accento sul fatto che questi fratelli non sono fratelli qualunque, ma al contrario sono profondamente separati da noi. Infatti è nella doverosa e intera valutazione di entrambi gli elementi – fratellanza e separazione – che si trova la piena verità sulla posizione dei non-cattolici rispetto ai cattolici.»