IL BEATO ANGELICO – Lux Dei vestigium eius est: La sua impronta, la sua eredità è la luce di Dio

Rivista internazionale di arte sacra FEDE E ARTE della Pontificia Commissione Centrale, Città del Vaticano, Anno III, Marzo 1955, Numero III, pag. 66-75

 

Conferenza tenuta in Campidoglio il I9 febbraio 1955 alia presenza del Ministro della Pubblica Istruzione, del Sindaco di Roma e di molte Autorità Accademiche.

 

Del Cardinale Celso Costantini

 

 

Cinque secoli sono, fra Giovanni da Fiesole detto per antonomasia il Beato Angelico moriva a Roma nel convento della Minerva. Una grande luce si era spenta, luce di fede e di carità, luce d’arte cristiana. Ma se l’astro si era infranto, un riflesso della sua luce è stato raccolto e splende tuttavia nelle sue pitture.

La Scrittura ci ha tramandato l’elogio di un gran sacerdote, elogio che si applica mirabilmente al Beato Angelico, perché egli è stato un grande sacerdote dell’arte. Dice la Scrittura: “Egli era come una stella brillante tra le nubi… come un fiore tra le frondi di primavera … come un incenso sulla sacra oblazione” (Eccl. 50-6-8-9).

Nel luminoso firmamento dell’Ordine domenicano il Beato Angelico brilla veramente come un astro di primaria grandezza. S. Tommaso ha innalzato il monumento della scienza teologica; il Beato Angelico ha innalzato il tempio ideale della bellezza artistica. Era come un incenso sulla sacra oblazione… L’altro domenicano Fra Bartolomeo è pure un grande pittore; ma egli parla un linguaggio di bellezza formale più umana, mentre l’Angelico traduce in pittura l’austero e puro linguaggio della Chiesa. Egli parla coi colori come i confratelli contemporanei S. Antonino e il Beato Dominici parlavano con la loro vivace eloquenza.

Noi, commemorando oggi il grande Maestro, intendiamo di rendere un solenne omaggio alla sua memoria, riparando all’oblio in cui egli era caduto nel secolo XVIII. Intendiamo pure di richiamarlo, vivo tra i vivi, per trarre dal suo esempio salutari ammonimenti. Egli, come un altro santo personaggio dell’A. Testamento, ci lasciò, morendo, un esempio di virtù e di fortezza: memoriam mortis suae ad exemplum virtutis et fortitudinis relinquens (II Mac. 6-31).

Non è qui il luogo di descrivere e analizzare la immensa produzione del Beato Angelico e di soffermarsi sugli episodi della sua vita. Sono cose notissime. Mi sembra più conveniente di rilevare i caratteri ideali e formali della sua opera, tracciando il lineamento personale e professionale del grande Maestro. Cercherò quindi di chiarire brevemente: il quadro del tempo in cui egli operò; la sua formazione spirituale e artistica; i caratteri particolari della sua Musa; i suoi insegnamenti.

Il tempo del Beato Angelico

Il Beato Angelico è figlio del suo tempo; e anzi un grande protagonista di quel periodo di transizione in cui il Medioevo si umanizza, pur conservando il suo profondo senso religioso, e sbocca nel Rinascimento. La cultura e il sentimento religioso del Medioevo pervadono il Quattrocento come un’onda che scorre sotto una superficiale falda del terreno, fecondandolo e arricchendolo dei più bei fiori. È il meraviglioso tempo di una straordinaria e anzi unica primavera della civiltà, che lussureggia ai tepori pronubi del sole, malgrado qualche violento scroscio di pioggia.

Dal Vaticano e dalle Corti, dalle chiese e dalle confraternite, dalle case dei ricchi commercianti e dalle botteghe degli artisti il senso del bello si propaga tra il popolo, si affina e si consacra in una stupenda fioritura d’arte cristiana. Almeno l’ottanta per cento delle opere è ispirato a soggetti sacri.

La vita coi suoi contrasti ha qualcosa di fiabesco. Essa consola gli uomini e li aiuta a vedere, di là del mondo contingente, un regno più giusto e più bello. L’arte esprime questa aspirazione. Vi è nella nuova arte il brivido del vero, tratto dallo studio della natura; talvolta il vero è reso con una certa crudezza. Pure rimane ancora nelle botteghe dei quattrocentisti un profumo d’incenso, un’atmosfera di pura spiritualità. E anche tra gli umanisti “un profondo senso di pietà cristiana e di amore del prossimo vigoreggiava potente pur sotto i fiumi di un intellettualismo godereccio e dissipato e di una politica preoccupata di interessi materiali” (PIO PASCHINI, Roma nel Rinascimento, Bologna 1940, pag. 463).

Il S. Padre Pio XII, parlando alle Giovani di A. C. il 6 ottobre 1940, dipinse mirabilmente il senso cristiano di quel tempo:La fede religiosa penetrava e pervadeva la vita sociale, e ancor più la vita famigliare con le pareti adorne del crocifisso e di pie immagini e ricordi. La letteratura e le arti del focolare domestico si ispiravano alle memorie bibliche. Nomi di Santi protettori segnavano città e borgate, montagne e sorgenti; i sentieri delle campagne e gli angoli delle vie offrivano allo sguardo dei passanti la effige di Cristo in Croce e della Madre sua benedetta. Pareva che tutto e l’aria stessa parlasse del Signore: sicché l’uomo viveva come in contatto con Dio nel pensiero della sua universale presenza e della sua potenza sovrana”.

I drammi liturgici rappresentavano al vivo i misteri cristiani; commovevano il popolo e offrivano agli artisti straordinarie occasioni per studiare dal vero l’espressione dei sentimenti e la scienza della composizione. La nuova prospettiva dà l’impronta del vero agli ambienti e ai personaggi; l’invenzione della stampa a caratteri mobili favorisce la diffusione di una grande quantità di libri di devozione, di agiografia, di mistiche elevazioni.

Si è conclusa in arte una lunga stagione invernale. Giotto e i Senesi erano usciti dai chiusi chiostri dell’arte bizantina e respiravano all’aperto, osservando e studiando la bella natura ed entrando in immediato colloquio con lei. Giotto e i Senesi sono all’aurora; il Beato Angelico si presenta nel primo sorgere del sole. ln quel meraviglioso mattino brillano tre grandi riformatori: il Masaccio per il nuovo senso realistico della pittura, Donatello per la scultura, il Beato Angelico per la virtù liturgica della pittura.

Accanto a questi grandi Maestri ruota una costellazione di altri insigni artisti: Brunelleschi, Ghiberti, Iacopo della Quercia, gli adolescenti Raffaello e Michelangelo, tutti fiancheggiati da una folta schiera di minori, ma nobilissimi pittori, scultori e architetti. Solo nella Grecia al V secolo avanti Cristo Iddio benedì la civiltà con tanta luce di pensiero e d’arte.

Non dobbiamo poi dimenticare che nel Quattrocento avvennero due fatti di un’immensa portata religiosa, il cui epilogo si maturo a Firenze. Nel 1417 al Concilio di Costanza fu chiuso il grande scisma di Occidente con la deposizione di Giovanni XXIII e di Benedetto XIII e con la elezione di Martino V, che accolse nel 1419 a S. Maria Novella a Firenze e perdonò Baldassarre Cossa, l’ex Giovanni XXIII. Nel 1439 fu celebrato a Firenze il Concilio ecumenico, in cui fu proclamata l’unione della Chiesa greca con quella latina.

S. Caterina (1347-1380), la cui memoria era vivissima a Siena e a Firenze, S. Antonino (1389-1459), il B. Dominici (1357-1419) e altri beati Domenicani e Domenicane glorificarono Iddio col fervore operoso della loro fiammeggiante carità; S. Bernardino da Siena (1380-1444) e il Savonarola (1452-1498) con la predicazione.

 

Guido o Guidolino di Pietro, nato a Vicchio nel Mugello nel 1387, già avviato e addestrato nella pittura, è rapito da quel soffio di rinnovamento spirituale che si sprigiona specialmente dai chiostri domenicani per opera del B. Dominici, e nel 1407, cioè a vent’anni, entra con il fratello maggiore nel nuovo convento di S. Domenico a Fiesole. Ma, per la fedeltà al Papa, egli, coi suoi confratelli, è costretto a fuggire di notte e si rifugia a Cortona, dove, un anno dopo, pronuncia i voti solenni, assumendo il nome di Giovanni.

I casi della sua vita sono piuttosto semplici. Passo circa cinque anni nell’Umbria, ed ebbe modo, a Foligno e a Perugia, di vedere le opere dei pittori umbri. Nel 1414 ritornò a Cortona. Nel 1418, essendo terminato lo scisma con l’elezione di Martino V, rientrò a Fiesole e vi soggiornò 18 anni. Nel 1436 è al Convento di S. Marco; nel 1445 è chiamato a Roma. Nel 1447 è a Orvieto. Nel 1449 lavora nella cappella di Nicolò V. Nel 1452 interrompe il lavoro perché è nominato Priore del convento di Fiesole. Ma Nicolò V lo richiama a Roma, dove riprende la decorazione della cappella. Chiude la sua operosa e santa vita nel 1455 a 68 anni, ed è sepolto nella chiesa della Minerva.

È ben noto il bellissimo epitaffio, attribuito a Nicolò V o al Valla, posto sulla sua tomba. Si esalta l’arte, ma soprattutto la carità del B. Angelico: “Non mihi sit laudi, quod eram velut alter Apelles, Sed quod lucra tuis omnia, Christe, dabam; Altera nam terris opera extant, altera coelo…” (Che non sia motivo di lode per me il fatto di essere stato come un altro Apelle, ma piuttosto che io abbia donato a te, o Cristo, tutti i proventi; poiché l’uno è presente sulla terra, l’altro in cielo).

Il B. Angelico costituisce una personalità unica nella storia dell’arte. Il Vasari dice: “Essendo non meno stato eccellente pittore e miniatore che ottimo Religioso, merita per l’una e l’altra ragione che di lui sia fatta onoratissima memoria” (G. VASARI, Le Vite, Firenze, V. II, pag. 443).

La formazione del Beato Angelico

Negli uomini di genio si afferma la loro personalità, ma ciò non esclude che essi utilizzino e assoggettino i materiali che trovano a portata di mano. Gli uomini di genio somigliano a un vigoroso germe, che succhia dal terreno gli elementi della vita e poi si sviluppa nel sole in albero poderoso. Così il Beato Angelico è un magnifico albero, che approfondisce le radici nell’humus del medioevo, assimilando quanto vi era di buono e di utile nell’arte bizantina, e specialmente nella miniatura già progredita verso le forme rinascimentali, e si innalza nella luce radiosa del Quattrocento.

Giotto, Duccio, i Lorenzetti, Simone Martini, l’Orcagna, Daddi e specialmente Lorenzo Monaco si riassumono e respirano a pieno petto e splendono con forme perfette nell’Angelico.

Nel Quattrocento c’è qualcosa della grazia ingenua e delicata dell’adolescenza, c’è la freschezza e la bellezza di una rosa in boccio al primo mattino; nel Cinquecento la rosa si spiegherà in pieno meriggio e sarà più formosa. Ma la bellezza sarà meno mistica.

Scrive uno dei più autorevoli storici dell’arte: “La feconda opera pittorica prova come il pittore appartenga intiero al suo tempo, come cioè sia pienamente consapevole della novità della Rinascita, dalle scienze di prospettiva all’unità luminosa e formale, esperienza che è mezzo all’autore per dar vita a un elevato mondo figurativo, che non contrasta nella sua spiritualità, col novus ordo.

Ha un proprio serrato sviluppo che muove da modi miniaturistici riflessi nel suo stesso fare pittorico, nitido, vibrante di colore, luminoso e fine.

È verosimile che frequentasse nel monastero degli Angeli, presso i Camaldolesi, Lorenzo Monaco, cioè il maggior pittore che avesse Firenze ai primi del Quattrocento sulla via del gotico, il che è confermato dalle risonanze di costui nel nostro” (M. SALMI, Enciclopedia Cattolica).

Leonardo dice che dopo Giotto “l’arte decade, perché tutti imitavano le fatte pitture… Infino a tanto che Masaccio mostrò con opera perfetta, che quelli, che pigliavano per autore altro che la Natura, maestra dei maestri, si affaticavano invano” (Trattato della pittura, Lanciano, vol. I, p. XI-XII).

Il B. Angelico non imitò le fatte pitture; ma, come Masaccio, risalì alle fonti, alla natura, raccogliendo il materiale lasciato dai predecessori e portandolo sul proprio focolare per alimentare un nuovo e gagliardo fuoco. Egli accoglie e realizza l’insegnamento del B. Dominici, il quale raccomanda che l’anima entriin notizia dello invisibile Dio per le intese e contemplate creature. Tu adunque la debbi menare a considerare la varietà dell’erbe, formosità de’ fiori, differenza di frutti, moltiplicità d’animali, bellezza di colori, soavità di canti, svernamenti d’uccelli, giocondità de’ cieli, nobiltà di stelle, ordine di pianeti, maraviglia d’ogni creatura” (B. G. DoMINICI, Regala del Governo di cura familiare, Firenze 1937, pp. 5657).

L’arte medioevale era essenzialmente teologica; si indirizzava più alla mente che al cuore. Nel Quattrocento si chiude il libro dei bestiari, cioè cessa la complicata simbologia delle cattedrali gotiche e subentra nell’iconografia un abito di maggiore chiarezza. La Chiesa possiede formule precise per esprimere le verità del dogma cattolico; ma non si cristallizza su impalcature scolastiche per quanto rispettabili. Il suo linguaggio, salva la precisione del pensiero, si evolve con i tempi. Al latino medioevale subentra il volgare. Al linguaggio scolastico si sostituisce il linguaggio narrativo.

La città celeste si incontra con la città terrena, e l’arte è il linguaggio che commenta il concetto religioso della vita e la pratica del culto, associandosi alla poesia, alla letteratura, al dramma, alla musica, all’architettura. Il Dominici dice: “Beato chi sa andare dalla cella al cielo… Gli amanti del Signore hanno ogni anno tre rinnovazioni (cicli liturgici), l’una di fede, la seconda di speranza, la terza di carità. La prima canta e trema: la seconda gode e fiorisce: la terza corre e arde” (Lettere di Santi e Beati fiorentini, Firenze 1736, pag. 124).

Il sentimento dell’armoniosa misura tra l’ideale e il reale fa rivivere i doni della bellezza classica, ma la nuova arte cristiana supera l’arte greca, che si ferma alla bellezza del corpo, e immette nel corpo stesso un soffio di vita spirituale. “L’arte si è fatta sacerdotessa della religione e porta sulla terra con le sue sante mani l’immagine del divino» (PASTOR, Storia dei Papi, V. III, pag. 58).

Firenze, al tempo di Lorenzo de’ Medici, fu indubbiamente il centro umanista più famoso. Ma la reazione suscitata dal Savonarola fu ugualmente vivace e gagliarda. Il nome cavalleresco di Madonna o Nostra Signora, dato a Lei dalla nostra lingua nascente, rimane caro e perenne in mezzo al popolo italiano. Vi furono più laudi sacre che canti carnascialeschi. Lo stesso Lorenzo de’ Medici è rapito dalla bellezza della Vergine e, sul metro dei suoi canti carnascialeschi, le scioglie un bellissimo inno:

“Quanto è grande la bellezza

Di te, Vergin santa e pia.

Ciascun laudi te, Maria,

Ciascun canti in gran dolcezza…”.

I caratteri particolari della musa dell’Angelico

Arte di pensiero – L’artista cinese Hsieh Ho, fiorito nel VI secolo dopo Cristo, dice: “La pittura deve rendere la vita dello spirito per mezzo del ritmo delle cose”. Infatti, l’arte non è la riproduzione del vero, ma è il vero messo in musica, è un’armonia fatta con ritmi visivi. Lo stesso autore aggiunge: “Se i fantasmi e gli esseri umani non dimostrano l’armonia dello spirito, è vano che presentino belle forme, e se l’opera del pennello non è vigorosa, i colori sono inutili”.

Questi precetti – espressione spirituale e vigore di disegno – vengono di là da tanti secoli e da una contrada tanto lontana, ma sono vivi e attuali, perché sono eterni e universali.

Dare un ritmo alle voci e al suono, ecco la musica; dare un ritmo alle parole comuni, ecco la poesia; dare un ritmo ai gesti e ai movimenti, ecco la danza e il dramma; dare un ritmo alla figurazione delle cose, ecco l’arte. La Musa del Beato Angelico, senza ricerche precettistiche, ma per l’istinto e la forza del genio, ha saputo unire la più alta spiritualità espressiva al vigore del disegno e della composizione; la sua arte e tutta arte di pensiero religioso ed è una sinfonia di ritmi visivi. È il riflesso luminoso della sua anima angelica. Le sue composizioni ispirano consolazione e speranza, sono una visione di Dio, del suo infinito amore e della sua clemente giustizia. Dice il Pastor: “Quanto fosse immerso nella contemplazione delle opere di Cristo tutto il pensiero e sentire del maestro, è dimostrato dall’affascinante commozione, che viene riflessa dall’espressione del viso delle sue figure. Là non si tratta di cose fatte, inventate: tutto è sperimentato, tutto naturale, tutto venuto come da sé. Non vi fu bisogno di alcuno slancio artistico per collocarsi nella relativa condizione d’animo: l’immagine è la viva e vera espressione del più profondo e personale pensiero e sentimento. Le pitture del Fiesole riflettono l’anima tutta ed esclusivamente sprofondata nei più sublimi misteri del cristianesimo, e quindi operano quasi come un’apparizione oltreterrena: sono preghiere in colori” (PASTOR, Storia dei Papi, V. I, pp. 473474).

Il Beato Angelico avvolge in un’atmosfera soprannaturale anche le persone terrene; queste diventano quasi astrazioni spirituali; la corporeità di queste immagini quasi sparisce come sparisce la scrittura musicale quando si è rapiti da una sovrana melodia.

Nell’arte del medioevo l’anima aveva troppa parte; dal Cinquecento in poi vi ebbe troppa parte il corpo; nell’Angelico il divino e l’umano si fondono in uno splendente equilibrio.

Anche il Beato Angelico studia il vero e sa impostare le sue figure con senso architettonico; anch’egli, come tutti i grandi artisti del Rinascimento, visitava gli affreschi che il collega, Masaccio, morto a 27-28 anni, aveva dipinto nella cappella Brancacci. Ma egli trasfigurava il vero contingente nella luce dell’eterno.

Per il Beato Angelico il vero non è che un velo lucente da cui traspare il pensiero religioso; egli è un pittore d’anime più che di corpi. Le sue composizioni ci appariscono come estasi d’amore religioso; sembrano dipinte in ginocchio e fanno cadere in ginocchio. Accostandoci alle pitture del pio Domenicano par di sentire il suo tranquillo respiro: tanto egli è vivo!

Vi è nelle composizioni del Beato Angelico quella gioia che Davide espresse mirabilmente: ascensiones in corde suo disposuit (Ps. 83-6) e quell’ingenua e pia tenerezza che fece dire al suo confratello S. Antonino che qualcuno avrebbe desiderato di essere il bue e l’asinello nella grotta di Betlemme per riscaldare col fiato il bambino Gesù.

Il Rinascimento ha il culto della natura e delle antichità classiche. Il B. Angelico non è un classicista come il Mantegna, ma non ignora il decoro dell’arte antica.

Le meravigliose pitture della Cappella di Nicolò V al Vaticano, glorificanti i martiri S. Stefano e S. Lorenzo, appartengono alla maturità del B. Angelico. Rappresentano episodi storici, ma l’Angelico trasforma la storia in epopea, inquadrando il poema sullo sfondo delle architetture classiche, certo non per far onore al mondo pagano, ma perché senti l’intima ed elevata maestà di quelle linee e di quelle proporzioni come omaggio della bellezza terrena al mondo soprasensibile schiettamente cristiano. Per le stesse ragioni diede alle figure, da lui dipinte nella medesima cappella, una altissima spiritualità, che trasfigura sì, ma non sopprime, ne soffoca la realtà e la natura corporea umana, che Dio stesso ha congiunto in unità sostanziale con l’anima spirituale. Qui una commossa umanità prevale in confronto delle visioni celestiali.

Il B. Angelico è l’ape argomentosa, che succhia il miele da tutti i sani fragranti fiori dell’incomparabile giardino del Rinascimento.

Arte liturgica – La Santa liturgia è l’opus publicum della Chiesa, e cioè l’espressione della sua vita che si riassume nei tre regni: Chiesa militante, Chiesa purgante, Chiesa trionfante: ma la Chiesa è una, oltre i confini del tempo e dello spazio.

La liturgia è volta a lode a Dio: sacrificium laudis: è catechismo; è rievocazione storica; e alimento della pietà; è canto e dramma; è partito decorativo. Tale spirito si trova nel B. Angelico e in tutte le sue opere. La sua arte può definirsi una stupenda liturgia figurativa. La sua pittura è un commento visivo della sacra liturgia come il canto è un commento uditivo; è un insegnamento pittorico sia che celebri i misteri cristiani sia che narri i fatti della Bibbia. Gli affreschi del Convento di S. Marco a Firenze sono pagine parlanti del nuovo Testamento, sono incontri meravigliosi con Cristo, e suscitano nel cuore dei riguardanti una commozione e un anelito e quasi la nostalgia per un paradiso perduto. I personaggi dell’Angelico vengono da un mondo ultraterreno; ma parlano con noi nel nostro stesso linguaggio, per quel soave vincolo che è la comunione dei Santi.

 

Beato Angelico: San Pietro consacra diacono S. Stefano. Vaticano, Cappella di Niccolò V

Il Beato Angelico, come gli artisti del Quattrocento, si ispirò al vero, ma non ebbe alcuna preoccupazione del realismo archeologico ed etnografico. Perché? Per tre principali motivi: 1) perché l’archeologia era una scienza abbastanza nuova e si esercitava piuttosto sulle antichità romane e greche che su quelle ebraiche; 2) perché l’archeologia e l’etnografia sono scienza, mentre l’arte è poesia; 3) soprattutto perché gli artisti vollero rappresentare i soggetti sacri in un’atmosfera di sentimento vivo e intimo, e tennero conto, più che della realtà storica o etnografica, della realtà liturgica. Vi sono, nell’arte cristiana, due realtà, quella materiale (storica, archeologica, etnografica) e la realtà spirituale.

Il soggetto sacro non interessa tanto per la ricerca del realismo materiale, quanto perché è offerto alla pietà dei credenti per la sua realtà liturgica. Il tentativo recente dei pittori archeologici ed etnografici, quali il Tissot, il Bida e in parte anche il nostro Morelli, non ebbe il successo che questi novatori avevano sperato.

È per questo che dal Quattrocento in poi si fanno popolari le Sacre Conversazioni. È per questo che il Beato Angelico pone i Santi moderni come se fossero presenti alla Crocifissione di Cristo e alla Incoronazione della Vergine. Infatti, il mistero del Calvario e l’Incoronazione della Vergine sono sempre presenti nelle contemplazioni liturgiche, rivivono nel culto. Il S. Padre Pio XII il 1º novembre 1954 disse a S. Pietro che la Regalità di Maria è “una realtà ultraterrena, che però penetra nel più intimo dei cuori e li tocca nella loro essenza spirituale ed immortale.

Il Beato Angelico, nei vari quadri in cui rappresenta la Passione di Cristo, pone la Vergine. I Vangeli sono molto sobri e riservati in proposito, ma la pietà del grande pittore e il senso religioso del popolo amarono riempire tale lacuna. Era ben naturale che la Madonna seguisse, discreta e tacita, assieme alle pie donne, la Passione di Cristo. L’Angelico La rappresenta nell’ultima cena, nell’orto del Getsemani, nel quadro di Cristo beffeggiato e oltraggiato, accanto a Cristo flagellato alla colonna, nell’incontro con Cristo durante il viaggio al Calvario, più volte sotto la Croce, accanto al sepolcro, nella resurrezione di Cristo e tra gli Apostoli nell’Ascensione.

II fatto di comunicare gli Apostoli con il costume moderno, il fatto di collocare gli episodi evangelici in ambienti gotici, rinascimentali e di vestire i sacri personaggi col costume del tempo e di rappresentare la Vergine e i Santi col tipo del luogo non sono errori, ma sono espressioni della perenne e universale vita liturgica.

ln questi accostamenti extrastorici molti grandi artisti, come Giovanni Bellini, i Della Robbia, Cima da Conegliano, il Perugino, Raffaello, Tiziano, Tintoretto, il Veronese, Dürer, i grandi fiamminghi e tanti e tanti altri pittori e scultori fanno sentire il loro stile realistico pur presentando il tema delle Sacre Conversazioni in una atmosfera di contemplazione spirituale. Il B. Angelico li supera tutti per il suo ineffabile senso religioso. Egli ha dipinto due volte Cristo sorgente dal sepolcro (Galleria Antica e Moderna e Convento di S. Marco). Gli storici dell’arte chiamano questa rappresentazione Pietà o Cristo risorto. La definizione non è esatta. L’Angelico e tanti altri artisti del Rinascimento raffigurano la visione che ebbe S. Gregorio Magno mentre celebrava la messa. Egli vide Cristo sorgente dal sepolcro e attorniato dagli strumenti della sua passione. Anche qui siamo nel pieno dominio della liturgia.

Vi è alla Galleria d’arte antica e moderna di Firenze un quadro singolare del B. Angelico, che è un riassunto del catechismo.

 

La Deposizione (dopo il restauro)

Nella parte superiore sono rappresentate la Crocefissione, la Deposizione, l’Ascensione, la Predica di S. Pietro dopo la Pentecoste. Sul pianterreno si scorge un albero che riproduce il candelabro ebraico, il quale reca nelle braccia i nomi dei sacramenti. L’albero simbolico sale, fiancheggiato a sinistra dai 12 Profeti e a destra dai 12 Apostoli. I Profeti annunziano il Cristo; gli Apostoli rispondono recitando il Credo.

Nell’angolo di sinistra sta ritta una Donna, cioè una allegoria della Religione. Essa poggia la sinistra sopra uno scudo, in cui è scritto lex amoris. La Religione cristiana è fondamentalmente una legge d’amore mentre la religione dell’antico Testamento era piuttosto una legge di timore. Qui l’antico e il nuovo Testamento si uniscono e si completano, come la radice che produce il fiore.

ln questo quadro vi è una tarda reminiscenza della simbologia medioevale, che il Rinascimento aveva essenzialmente o stava per superare. Ma ho voluto accennare a questa particolare composizione, perché essa spiega la formazione e la vocazione liturgica del grande Maestro.

La scienza della composizione – Leonardo dice al pittore: “Non sai tu che la nostra anima è composta di armonia, e armonia non si ingenera se non in istanti, nei quali la proporzionalità degli obietti si fa vedere o udire?” (Op. cit., V. I, p. 23).

Queste alte parole configurano mirabilmente il temperamento del B. Angelico. La sua anima era fatta di armonia, che si manifesta, non solo nella rappresentazione delle singole figure, ma nella proporzionalità degli obbietti, cioè nella concezione armoniosa delle sue composizioni. Nessuno più di lui ebbe sublime, splendente, soleggiante la visione dei sacri misteri e dei fatti biblici. Una limpidezza, un ordine, uno squisito senso monumentale e decorativo, una compostezza meravigliosa, una armonia di ritmi lineari e sinuosi, l’unità nella varietà, un mirabile equilibrio tra i pieni e i vuoti, vastità dei scenari e una tavolozza chiara e melodiosa governa le sue composizioni. Il paesaggio pare l’accompagnamento musicale delle figure. Sono, come dice Leonardo, una poesia che si vede. Le composizioni schematiche dell’arte bizantina si ammorbidiscono e fioriscono in un umanesimo di bellezza, come, dopo una pioggia di primavera, un prato pieno di sterpi si ammanta di freschi e fragranti fiori.

Le composizioni del B. Angelico sono perfette, cosicché nulla si potrebbe aggiungervi o nulla togliere. ln esse lo sguardo e l’anima si riposano e si deliziano quasi come nella contemplazione della natura. Non vi è nulla di enfatico o di sdolcinato, come avverrà nell’arte del Seicento.

Leonardo raccomanda il decoro della composizione, cioè che i movimenti siano annunziatori del moto dell’animo… “lo vidi in questi giorni, dice Leonardo, un angelo che pareva nel suo annunziare che volesse cacciare la Nostra Donna dalla sua camera, con movimenti che dimostravano tanto d’ingiuria quanto far si potesse a vilissimo nimico. E la Nostra Donna pareva che si volesse, come disperata, gettarsi giù dalla finestra” (Op. cit., V. I, pag. 53).

Purtroppo, l’esempio citato da Leonardo non rimase isolato. Lo stesso Tiziano, nell’Annunciazione di Treviso, crea un’agitazione drammatica, che turba il sacro mistero. E il preraffaellista Rossetti ha posto la Madonna, che riceve l’annunzio, rannicchiata in un lettuccio.

 

Annunciazione (Museo del Prado, Madrid – Di Marcos Amigo – Opera propria, CC BY-SA 4.0, Wikipedia

Invece quanto decoro, quanta compostezza nelle Annunciazioni del Beato Angelico! Quella di Cortona e del Prado pongono il Mistero in opposizione al fallo dei Progenitori, che si vedono in distanza; esprimono così mirabilmente il concerto teologico: Quod Eva tristis abstulit Tu reddis almo germine (Ciò che la triste Eva ha portato via, tu lo restituisci con un germe nutriente).

U. Ojetti dice dell’Annunziazione di Cortona: Con quella di Simone Martini che è agli Uffizi, è la più bella Annunciazione dipinta in Italia, cioè nel mondo. L’arrivo repentino, tra due colonne dell’atrio, dell’Angelo vestito di rosa e d’oro, ad ali aperte, con l’indice teso verso l’Annunziata tremante, è la visione stessa della grazia divina quando colpisce un’anima” (Corriere della Sera, 18 settembre 1954).

Mi sia permesso di ricordare almeno alcune stupende composizioni: l’Annunciazione del Prado, la Discesa dalla Croce, la Deposizione di Cristo e l’ultima Cena della Galleria d’arte antica e moderna di Firenze, l’Incoronazione del Louvre e degli Offici, la Crocifissione del refettorio di S. Marco, la Consacrazione di S. Stefano e S. Lorenzo che distribuisce la carità ai poveri nella Cappella di Nicolò V: sono poemi di incomparabile bellezza. Solo quando il B. Angelico deve dipingere qualche scena di disperazione o di ferocia, come nel giudizio universale o nelle scene dei martiri, si sente tremare la mano. Dice il Reinach che si vorrebbe qualche lupo in questo devoto ovile (Apollo, pag. 148).

La sua arte è fatta per la serena contemplazione, e una meditazione o una preghiera articolata con la pittura; esprime la dolcezza di soffrire per Dio e la beatitudine degli eletti. Il B. Angelico sa benedire, ma non sa maledire. Egli contempla gli uomini con bontà, cercando in ciascuno di essi quanto ci fosse di divino.

Il popolo ha chiamato il nostro pittore Angelico per la carità e purezza della sua vita, ma forse anche perché nessun pittore seppe mai dipingere gli angeli così puri, così belli, così celestiali come lui. Chi non ricorda gli angeli della Madonna dei Linaioli, gli angeli dei Paradiso, che sembrano danzare al ritmo di una strofa di Iacopone da Todi, gli angeli della Incoronazione che ora è al Louvre? Dice il Vasari: “Gesù Cristo incorona la Nostra Donna in mezzo a un coro d’Angeli, e in fra una moltitudine infinita di Santi e Sante, tanti in numero, tanto ben fatti e con sì varie attitudini e diverse arie di teste, che incredibile piacere e dolcezza si sente in guardarle” (G. VASARI, Le Vite, V. II, pag. 448).

ln questa tavola l’Angelico traduce col colore le stupende terzine di Dante:

“Ed a quel mezzo con le penne sparte

Vidi più di mille Angeli festanti,

Ciascun vestito di fulgore e d’arte.

Vidi quivi a loro giuochi ed a lor canti

Ridere una bellezza, che letizia

Era negli occhi a tutti gli altri santi”.

(Par. c. XXXI).

Il pittore mariano

Tutta l’arte del Rinascimento è illuminata dalla dolce figura di Maria, umile ed alta più che creatura. Ma il nostro pio Domenicano mostra una particolare e profonda devozione mariana. Si direbbe che egli si dilettò con tenerezza a rappresentare frequentemente la Vergine; almeno 6 volte raffigurò l’Annunziazione; e 7 volte l’Incoronazione.

ln una di queste, che si ammira nel convento di S. Marco, Cristo ha un gesto insolito. La Vergine è già incoronata. Cristo è in atto di inserire la gemma più bella sulla parte frontale della corona. Che significa ciò? Io penso che questo gesto ha un particolare significato. Quale? Tutte le gemme che adornano la corona di Maria possono rappresentare le sue virtù; ma c’è una gemma madre da cui derivano tutte le altre; e questa è la divina maternità di Maria, la Theotokos.

L’Angelico, nella sua devozione mariana, dovette pensare che il mistero della divina maternità è la radice da cui fioriscono tutti gli altri privilegi della Madonna e che perciò va distinto in qualche maniera.

Egli, attraverso 1500 anni, porge la mano ai Padri dei Concilio di Efeso, che nel 431 proclamarono la divina maternità di Maria.

Nel 1415 furono condannati nel Concilio di Costanza gli errori degli eresiarchi Wiclef, Hus e Girolamo da Praga. Essi impugnavano la divina costituzione della Chiesa. A base di questa sta la divina maternità di Maria. Se si ignora questa, si cade nell’eresia di Nestorio e nel razionalismo di Ario.

Pare che l’Angelico ripeta la lode liturgica di Maria, che, tabernacolo del Verbo incarnato, ha vinto tutte le eresie.

Nel convento di S. Maria a Firenze vi è una devotissima Annunziazione. Chi la contempli è mosso spontaneamente a ripetere con l’Arcangelo: Ave Maria. Ma il pio Domenicano volle esplicitamente invitare i confratelli alla devozione con alcune scritte. Sopra l’affresco: Mater pietatis et totius Trinitatis triclinium, Maria. Ecco Maria, madre di pietà e nobile triclinio di tutta la Trinità. Sotto: Virginis intactae dum veneris ante figuram, praetereundo cave ne sileatur Ave. Quando ti troverai davanti alla figura della purissima Vergine, ricordati di non partire senza dire un’Ave.

Il mestiere nell’arte del Beato Angelico

Il B. Angelico, che si iniziò nella miniatura, è un esperto conoscitore del mestiere. Dipinge a fresco e a tempera, con una luminosità ed equilibrata freschezza cromatica che tende a rendersi quasi immateriale. M. Salmi dice: “Un’arte che per il soggetto potrebbe apparire monocorde e che ebbe invece così luminoso fascino perché di una ispirazione profonda che supera il mestiere” (Il Tempo, 18 febbraio 1955). Si vedono, non tanto il disegno e il colore, ma le cose in una luce ariosa e in un palpito di cordiale verità. Le sue pitture sono sostanzialmente grandi miniature non più schematizzate secondo antichi modelli, ma respiranti in pieno nell’aria rinascimentale. Quella delizia per gli occhi e per l’anima che è un dono incomparabile della miniatura si affina e si completa nel fascino dell’arte del Beato Angelico.

Il B. Angelico, come Masaccio, studia il vero. Masaccio lo rende con un potente rilievo e con una vibrante passione; il B. Angelico lo strasfigura e lo poetizza. Ma l’architettura delle sue figure è solida e posa saldamente sulla base del vero.

Basta osservare la testa di S. Pietro, che si china per consegnare al diacono S. Stefano il calice: è un portento di verità, ma di una verità fatta luminosa dall’arte.

 

Nella fuga in Egitto le figure si muovono veramente. L’asino cammina col passo dell’ambio, che rende più molle la cavalcatura alla Vergine. È un fatto casuale o non piuttosto il finissimo osservatore del vero ha voluto espressamente questo passo insolito?

Il B. Angelico studia dal vero i partiti del panneggiamento, ma li ammorbidisce in linee fluenti, come il Ghiberti e i della Robbia, lungi dal faticoso e duro incartocciare delle pieghe, che si riscontra nel Dürer e, in genere, negli artisti tedeschi e fiamminghi e anche nei primitivi muranesi e veneziani.

Egli ha saputo illuminare del suo spirito i vari collaboratori, e specialmente Benozzo Gozzoli, che lo aiutarono nei suoi molteplici lavori.

Gli insegnamenti dell’incomparabile maestro

L’Angelico appartiene alia prima metà del Quattrocento. Ma come insuperato maestro dell’arte cristiana egli è antico e moderno, perché ha raccolto il più belle flore di quanto era stato fatto prima di lui e, nel campo dell’arte sacra, non è stato superato da quanto è stato fatto dopo di lui. È fuori del tempo; perché le sue pitture partecipano alla vita eterna della Chiesa. Quello che per noi è un respiro e, per la Chiesa, una fuga di secoli. Il Burckhardt vede nel B. Angelico un’apparizione altissima, che non ha l’eguale in tutta la storia dell’arte (Cicerone II, pag. 531).

II Pastor cita altri storici, i quali dicono: “Perciò che spetta la missione principale dell’arte cristiana, l’animazione della forma esterna mediante il perfetto spirito cristiano, non è certamente più possibile superare il B. Angelico” (L. PASTOR, op. cit., V. I, pag. 470).

Noi possiamo applicare a lui l’elogio che la Scrittura fa di un personaggio dell’Antico Testamento: Lux Dei vestigium eius est (Eccl., 50-31). La sua impronta, la sua eredità è la luce di Dio.

Noi ci specchiamo in questa luce, non solo per glorificare il grande Maestro, ma per trarre dal suo esempio salutari insegnamenti.

Ora che cosa dice il Beato Angelico agli artisti moderni, che si cimentano negli ardui temi dell’arte sacra? Egli dà agli artisti tre grandi insegnamenti: dovete possedere il senso liturgico, la sincerità e la bellezza, la chiarezza e la semplicità.

Senso liturgico – Il S. Padre Pio XII ha definito l’arte Ancella nobilissima della liturgia (Enc. “Mediator Dei”). Infatti, l’arte sacra non ha altra ragione d’essere che in servizio del culto.

Vi è un’arte sacra romantica, come l’Angelus del Millet, il Voto del Micchetti, il Refugium peccatorum del Nono ecc. Ma quest’arte, pur degna di molto rispetto, non è fatta per le chiese. Chi lavora per le chiese deve avere una sufficiente coltura e il senso liturgico. È un errore dei protestanti e di certi artisti moderni quello del nudismo nelle chiese: essi non pensano che l’arte nelle chiese ha un ufficio funzionale come concetto e come forma decorativa.

Bellezza e sincerità – Sotto il pennello dei B. Angelico l’arte fiorisce in bellezza. Oggidì si tenta di introdurre nelle chiese anche l’arte deformatrice, la natura degradata, come se Cristo non avesse riabilitato la natura corrotta. Non accettiamo per le chiese quest’arte disperata, perché le chiese sono il rifugio della speranza e in esse si riflette un raggio della bellezza infinita di Dio, che è definito Speciei generator (Sap. 13,3).

Sincerità – Il rifacimento dell’arte delle caverne e delle scolture dell’isola di Pasqua o delle maschere della Nuova Guinea o del Congo, sono una grossolana falsità, mancano cioè di quella inquietante forza religiosa che hanno i popoli primitivi. La moderna arte contronatura, portata nelle chiese, è spesso anche un attentato sacrilego.

L’antica Cronaca del Convento di S. Domenico di Fiesole dice al foglio 166, ricordando il B. Angelico: Sicut ipse erat devotus in corde, ita et figuras pingebat devotione plenas: come egli era divoto nel cuore così dipingeva le figure piene di devozione. Mai – riferisce il Vasari – egli volle dipingere cosa che non fosse sacra e spesso diceva: chi esercita quest’arte, deve vivere in pace e senza pensieri di mondo: chi vuol raffigurare opere di Cristo, deve essere sempre con Cristo…

Non fece mai Crocefisso che non si bagnasse le gote di lacrime, onde si conosce nei volti e nelle attitudini delle sue figure la bontà del sincero e grande animo suo nella religione cristiana (VASARI, op. cit., pp. 455-456).

Noi non pretendiamo che gli artisti moderni si commuovano come il B. Angelico. Ma pretendiamo da loro la necessaria preparazione e cognizione delle cose sacre, e una fede sincera. Anche Orazio diceva: Si vis me fiere, dolendum est primum ipsi tibi. E S. Benedetto ammoni: Mens nostra concordet voci nostrae: che la mente degli artisti concordi con l’espressione esteriore, cioè che la fede sia prima nell’anima degli artisti perché possano degnamente esprimerla.

Il S. Padre Pio XII, nella mirabile allocuzione che l’8 aprile 1952 rivolse agli artisti della Quadriennale Romana, così precisò il carattere dell’arte sacra:Non occorre che spieghiamo a voi – che lo sentite in voi stessi, spesso come nobile tormento – uno dei caratteri essenziali dell’arte, il quale consiste in una certa intrinseca “affinità” dell’arte con la religione, che fa gli artisti in qualche modo interpreti delle infinite perfezioni di Dio, e particolarmente della sua bellezza ed armonia. La funzione di ogni arte sta infatti nell’infrangere il recinto angusto e angoscioso del finito, in cui l’uomo è immerso finché vive quaggiù, e nell’aprire come una finestra al suo spirito anelante verso l’infinito.

Da ciò consegue che ogni sforzo vano, in verità inteso a negare e sopprimere qualsiasi rapporto fra religione ed arte, risulterebbe menomazione dell’arte stessa, poiché qualsiasi bellezza artistica che si voglia cogliere nel mondo, nella natura, nell’uomo, per esprimerla in suoni, in colori, in giuoco di masse, non può prescindere da Dio, dai momento che quanto esiste è legato a Lui con rapporti essenziali. Non si dà, dunque, come nella vita, così nell’arte sia essa intesa quale espressione del soggetto o quale interpretazione dell’oggetto l’esclusivamente “umano”, l’esclusivamente “naturale” od “immanente”. Con quanto maggior chiarezza l’arte rispecchia l’infinito, il divino, con tanta maggior probabilità di felice successo essa s’innalza all’ideale e alia verità artistica”.

Chiarezza e semplicità – L’arte prima che alla ragione si rivolge alla fantasia. Deve toccare con immediatezza la sensibilità dello spettatore.

Essa, perciò, deve essere chiara e semplice, come è chiara e semplice il linguaggio del Vangelo, come è chiaro e semplice il Beato Angelico. Ma questa semplicità non è povertà, non è sciatteria: è sintesi profonda. Oggidì si è arrivati all’astrattismo. Siamo in piena babele: si è tentato di introdurlo anche nelle chiese.

Ora mi piace di concludere questo rapido sguardo sul B. Angelico, ricordando il bellissimo Cristo pellegrino del convento di S. Marco. Il quadro è ispirato all’incontro di Cristo risorto coi Discepoli sulla strada di Emmaus. Qui i Discepoli sono rappresentati da due Domenicani, perché la Chiesa vive e opera oltre i limiti dello spazio e del tempo e rinnova perpetuamente il mistero di Cristo.

I due Domenicani sono in atto di fare al Redentore l’invito che fecero i Discepoli: Mane nobiscum quoniam advesperascit, et inclinata est iam dies (Luc. 2429).

Oggidì la civiltà e l’arte sono piene delle ombre di un triste crepuscolo. Advesperascit. Rimani con noi, o Cristo. E come illuminasti il B. Angelico, così illumina l’oscuro e duro cammino degli artisti: mane nobiscum!

Card. CELSO COSTANTINI

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