Ieri, tanto tempo fa – Folha de S. Paulo, 25 ottobre 1980

di Plinio Corrêa de Oliveira

Il 1980 sta volgendo al termine. Tra due mesi, tutti avranno lo sguardo rivolto alle festività di fine anno. E così arriveranno le classiche e inevitabili retrospettive per fare il bilancio di ciò che ci siamo lasciati alle spalle. Da parte mia, comincio oggi.

Si potrebbe dire che per il mondo, il 1980 sia stato proprio un percorso? Mi sembra – per quanto è accaduto finora – che sia stato piuttosto un immenso scivolone, durante il quale, di caduta in caduta, tutto è sembrato crollare inaspettatamente più volte, ma ogni volta tutto (o quasi…) si è rialzato altrettanto inaspettatamente, in modo tale che, alla fine, nulla è irrimediabilmente rotto, ma tutto è traumatizzato.
Non sto parlando di me, né del mio 1980: non oserei rubare tempo al lettore con un argomento di così scarsa importanza. Parlo del Brasile. Parlo del mondo. Parlo, per esempio, di te, mio lettore.
Di te, sì. Perché il fenomeno che descriverò su scala mondiale mi sembra ripetersi su scala individuale.
Quando vedo persone per strada, quando osservo sui giornali le fotografie, sia di gruppi che di folle, ho l’impressione che oggi siano innumerevoli gli esseri umani soggetti, nella loro vita quotidiana, a questa strana cadenza degli avvenimenti.
Forse questo spiega un comportamento non così strano della nostra memoria nei confronti del passato.
Chi viaggiasse tranquillamente a bordo di uno yacht, in compagnia di un gruppo di amici sinceri, interessanti e allegri, avrebbe la sera la memoria piacevolmente piena dei piccoli fatti della giornata: uno splendido blu del mare, un gabbiano particolarmente elegante in volo, un liquore particolarmente gustoso in bocca, una musica particolarmente piacevole all’orecchio, un odore di salsedine o un profumo di fiori che delizia l’olfatto, l’aneddoto pittoresco raccontato da qualcuno, la confidenza commovente fatta da un altro, il bagliore di una metafora emersa nella prosa, la lucidità di un ragionamento con cui si è concordato. Tutto questo – si noti – solo nella piccola e amabile dimensione della quotidianità. Piccoli fatti, di cui ogni episodio è come un piccolo fiore. Una giornata così può essere paragonata a un mazzo di nontiscordardime, di cui ciascuno forse ha segnato solo l’ora, la mezz’ora, il quarto d’ora in cui è accaduto. Una giornata lunga, lenta, spensierata – ripeto. Una giornata al termine della quale le cose che sono accadute sono rimaste così vive che si direbbe siano appena successe. In questo lento scorrere del tempo, per un curioso paradosso, i piccoli fatti mattutini sono rimasti nella memoria freschi quanto quelli avvenuti nel pomeriggio o di sera. Si direbbe che, quando il presente è lento, il passato sembri sopravvivere piacevolmente in ogni nuovo istante che arriva.
Quanto è diverso nei momenti in cui il tempo scorre, scosso da sobbalzi alla maniera del 1980. Ogni spavento attira così completamente l’attenzione sul presente, con tale veemenza trasporta lo spirito sulle ali nere dell’apprensione, verso un futuro ostile, che il passato svanisce dalla memoria. E, quando ritorna, è così sbiadito, così lacerato, che a volte assume l’aspetto di un ammasso informe di stracci: proprio l’opposto del piacevole boschetto di nontiscordardime.
A causa di questo indebolimento della memoria, ciò che è accaduto al mattino può sembrarci già la sera così lontano, così remoto… E quando ci si sveglia al mattino, per esempio, con la prospettiva di dover pagare una fattura per la quale non si hanno soldi (e quanti si trovano in questa situazione!); di dover cercare il radiologo che ci dirà se abbiamo il cancro o meno (e quanti si trovano in questa situazione!), o di correre il rischio di essere derubati perché si lavora in una strada infestata da «borseggiatori» (e quanti, moltissimi si trovano in questa situazione!); quando – dicevo – ci si sveglia al mattino di fronte a queste prospettive, che peraltro non si escludono affatto a vicenda (e non sono pochi quelli che vivono un simile insieme di situazioni!), il presente e il futuro assorbono l’attenzione a tal punto che il giorno di ieri, quasi svanito dalla memoria, sembra relegato a un anno fa.
Ciò che si osserva su scala giornaliera vale anche per un mese o persino per un anno. Quando il 1980 darà il suo ultimo rintocco e, nella sua corsa finale, precipiterà nel passato, molte delle emozioni che hai vissuto intensamente, lettore, ti sembreranno già così lontane, così lontane…
A te, alla tua persona. A te, sì, che non posso vedere se non come una delle milioni di gocce che costituiscono quel mare magnum che è l’opinione pubblica. Quante volte quest’ultima è stata sollecitata dai mezzi di comunicazione sociale a vibrare intensamente in funzione di qualche tema del momento! Quanta attualità hanno avuto quei temi! E, tuttavia, quanto è lontana la loro risonanza in questo fine del 1980!
Nel 1979 la Rhodesia era, insieme al Sudafrica, uno dei pilastri dell’anticomunismo. Entrambe le nazioni formavano una diga all’interno del continente africano, atta a impedire che le lave del comunismo raggiungessero il Capo di Buona Speranza. L’importanza mondiale di questa barriera è evidente, poiché la posizione geografica del Capo ne fa uno dei punti nevralgici del commercio marittimo mondiale. Nel mese di marzo di quell’anno, le elezioni in Rhodesia mandano al tappeto il primo ministro moderato Murozewa. E sale al potere il partito marxista Zanu, guidato dal guerrigliero Mugabe.
Cade così uno dei due pilastri. Il mondo intero sussulta. Ma il governo comunista si astiene dall’attuare riforme profonde in Rhodesia. E il mondo intero pensa ad altro. Profondamente traumatizzata, la Rhodesia vive in uno stato di panico che potrebbe manifestarsi da un momento all’altro. Tutto è crollato sul piano giuridico. E nulla sul piano reale. Ma il trauma terrorizza e continua a dominare quella nazione africana. Dei due pilastri, il Sudafrica rimane in piedi. La Rhodesia non è caduta… ma è ormai spacciata. E dimenticata. È passato così tanto tempo da quando tutto questo è accaduto!
Olimpiadi di Mosca. Nessuno ignora che il regime comunista sia poliziesco all’estremo. La semplice esistenza della cortina di ferro mostra fino a che punto i popoli comunisti vivano in una vera e propria prigione. Ma il carceriere ha deciso di mostrarsi simpatico, e a tal fine si è travestito da artista. Ha organizzato delle «bellissime» Olimpiadi e la pubblicità ha cominciato a esclamare: «Guardate quanto sono simpatici, quanto sono artistici i dirigenti russi. Non è possibile che siano dei carcerieri spietati. Perché persone così artistiche non possono essere crudeli. È meglio, quindi, fingere che la cortina di ferro non esista più». Un’immensa trappola pubblicitaria, che all’epoca era difficile smascherare con efficacia. E oggi è impossibile smascherarla con profitto, poiché l’intera tematica delle Olimpiadi è ormai sprofondata nel passato. È passato così tanto tempo…
Giovanni Paolo II viene in Brasile. Tutti si aspettano molto da lui. I socialisti, che vogliono che abbatta il capitalismo; i capitalisti, che vogliono che condanni il comunismo; i progressisti, che vogliono che infonda nuove speranze nella modernizzazione della liturgia e della morale. Gli antiprogressisti, che vogliono che approvi la Messa tridentina. Fianco a fianco, alimentati da speranze che si contraddicevano, milioni di persone lo hanno applaudito come se da lui stesse per nascere una nuova era. Seconda metà di ottobre del 1980: come tutto questo stia già scivolando nella nebbia del passato…
E tralascio i fatti meno universali. Mentre l’Iran e l’Iraq si scontrano, pochi ricordano lo scià, disteso sulla sua fortuna in una sventura un po’ simile a quella di Giobbe sul suo cumulo di letame. L’ultimo scià, nato tra gli splendori delle Mille e una notte, è scomparso in una catastrofe in stile 1980… ma irrimediabile.
Per così dire, tutto questo è successo ieri. Tanto tempo fa!

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